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Le parole di La Russa: “Quanti palestinesi hanno

Le parole di La Russa: “Quanti palestinesi hanno

salvato le flottiglie?” Il video si apre con il conduttore che introduce “la seconda carica dello Stato” e manda in onda un estratto di un intervento di Ignazio La Russa sulle…

Le parole di La Russa: “Quanti palestinesi hanno salvato le flottiglie?”

Il video si apre con il conduttore che introduce “la seconda carica dello Stato” e manda in onda un estratto di un intervento di Ignazio La Russa sulle flottiglie dirette verso Gaza. Il presidente del Senato pone una domanda retorica: “Quanti palestinesi hanno salvato le flottiglie? Quanti bambini sono rimasti in vita grazie alla flottiglia? Zero”.

Da qui la sua conclusione: si tratterebbe di “manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”, dove il massimo risultato per gli attivisti sarebbe “la fortuna che magari ti fermano per quattro ore e poi gridare che sei stato torturato”. La Russa riduce così il senso delle flottiglie a un calcolo di “utilità concreta” e visibilità, accusandole di sfruttare la narrativa della vittimizzazione più che di portare aiuto reale ai palestinesi.

La replica: “Sono incommentabili, vorrei vedere lui in un carcere israeliano”

Dopo il contributo di La Russa, il conduttore chiede un commento a un opinionista in studio. La risposta è netta: “Sono incommentabili. Vorrei vedere lui in un carcere israeliano a prendere le botte. Scapperebbe, confesserebbe anche cose che non ha fatto, probabilmente”. Il commentatore contesta l’idea che il valore delle flottiglie si misuri contando “quanti palestinesi salvano”, ricordando che nessuna di queste missioni ha mai dichiarato di andare a “salvare fisicamente” i palestinesi dalle forze armate israeliane.

Secondo l’analisi in studio, il senso principale delle flottiglie è simbolico e politico: accendere i riflettori su Gaza, rompere il silenzio mediatico, creare un caso internazionale attorno al blocco e alle condizioni di vita nella Striscia. “Se non ci fosse la flottiglia, non si parlerebbe di Gaza, o se ne parlerebbe ancora meno”, spiega l’ospite, che dice di aver scritto spesso articoli intitolati “Ah, già, Gaza”, proprio per denunciare quanto rapidamente la questione sparisca dall’agenda pubblica.

Occupazione, confini e guerra a bassa intensità

Il commentatore inserisce la polemica sulle flottiglie in un quadro più ampio, sottolineando che, pur essendo oggi “meno peggio di quando Trump ha fatto gli accordi di Sharm el‑Sheikh”, la situazione nei territori resta grave. Secondo la sua ricostruzione, Israele “ammazza di meno” rispetto ai momenti di massima escalation, ma continua ad allargare progressivamente il controllo sui territori: “c’è una linea gialla che è diventata una linea arancione per prendersene un altro pezzo”, mentre “si stanno prendendo pezzi sempre più grossi di Cisgiordania”.

Il discorso si allarga anche al Libano – descritto come “il cortile di casa loro”, da cui Israele “prende quello che vuole” – alla parte sud della Siria e ai bombardamenti in Iran, evocando un quadro di guerra a bassa intensità e di proiezione militare continua nella regione. In questo contesto, il commentatore si chiede come si possa additare “quelli della flottiglia” come il vero problema, quando a suo avviso gli squilibri di forza e il peso delle azioni militari restano enormemente a favore di Israele.

Gesti simbolici, rischio personale e coerenza politica

Uno dei punti centrali della replica riguarda la natura dei “gesti simbolici”. L’ospite ricorda che chi parte sulle flottiglie mette comunque a rischio la propria vita e integrità fisica, affrontando mari militarizzati e la possibilità di essere fermato o arrestato dalle autorità israeliane. “Se c’è qualcuno che mette a rischio la propria vita e la propria incolumità per andare a fare un gesto simbolico per una causa non giusta, stra‑giusta, che problema ti dà?”, chiede retoricamente.

La critica si sposta poi sulla coerenza della classe politica italiana, ricordando che “dieci anni fa” sia La Russa sia Giorgia Meloni “difendevano i bambini di Gaza, non difendevano Netanyahu”. Secondo il commentatore, a quel tempo esistevano già “i bambini di Gaza che morivano e Netanyahu”, e alcuni esponenti dell’attuale maggioranza si schieravano dalla parte delle vittime civili; oggi, invece, il baricentro si sarebbe spostato a favore del governo israeliano, con un cambio di tono verso chi continua a manifestare in solidarietà con i palestinesi.

Una polemica che riflette la spaccatura sull’asse Gaza–Italia

Il video riassume in pochi minuti una frattura che attraversa il dibattito italiano su Gaza e più in generale sulla politica mediorientale: da un lato una parte delle istituzioni che considera le flottiglie e molte iniziative pro‑palestinesi come operazioni di propaganda a basso rischio e alto ritorno mediatico; dall’altro attivisti, giornalisti e osservatori che vedono in questi gesti simbolici uno dei pochi modi per tenere viva l’attenzione sulla situazione nei territori occupati.

Per chi segue la vicenda online, il confronto tra La Russa e il commentatore diventa subito materiale condiviso e polarizzante: chi si riconosce nella linea del governo lo usa per attaccare quello che percepisce come attivismo ipocrita; chi sostiene la causa palestinese lo interpreta come l’ennesimo tentativo di delegittimare chi mette a rischio la propria sicurezza per una “causa stra‑giusta”. In questo senso, il video non è solo un momento televisivo, ma un frammento di una discussione molto più ampia su solidarietà internazionale, ruolo dell’Italia e responsabilità della seconda carica dello Stato nel parlare di conflitti e diritti umani.

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