Dopo 21 ore a Islamabad l’impero americano esce sconfitto: cosa nascondono davvero i negoziati tra USA e Iran (e perché i mercati...Dopo 21 ore a Islamabad l’impero americano esce sconfitto: cosa nascondono davvero i negoziati tra USA e Iran (e perché i mercati tremano)
Il vicepresidente USA JD Vance torna da Islamabad senza accordo con l’Iran, tra veti su Hormuz, telefonate di Netanyahu e la paura che il petrodollaro non sia più intoccabile.
Per 21 ore Washington ha provato a salvare la faccia a Islamabad, ma è tornata a casa a mani vuote mentre Teheran rivendica di aver respinto l’“offerta migliore” americana. Non è solo un fallimento diplomatico: è il segnale che l’ordine mondiale dominato dagli USA sta scricchiolando proprio dove fa più male, tra le rotte del petrolio e il futuro del dollaro.
JD Vance ha guidato la delegazione USA in Pakistan per un round di colloqui diretti con l’Iran, i più intensi degli ultimi anni, durati circa 21 ore senza produrre un accordo di pace.
Gli Stati Uniti hanno presentato quella che Vance ha definito la “migliore e ultima offerta”, chiedendo tra l’altro garanzie sul programma nucleare iraniano e su una de-escalation militare.
Teheran ha rifiutato le condizioni, sostenendo che Washington stesse cercando al tavolo negoziale ciò che non è riuscita a ottenere con la guerra.
Il risultato: niente accordo, una tregua fragile appesa a un filo e una narrativa globale che parla sempre più spesso di “sconfitta” americana.
L’accusa iraniana: “Netanyahu ha dirottato i negoziati”
Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha denunciato pubblicamente che una telefonata del premier israeliano Benjamin Netanyahu a JD Vance, nel pieno dei colloqui, avrebbe cambiato il corso delle trattative.
Secondo Teheran, quella chiamata avrebbe spostato il focus dai nodi USA–Iran agli interessi strategici di Israele, incrinando la possibilità di un compromesso.
Araghchi accusa gli Stati Uniti di aver tentato di “ottenere al tavolo ciò che non hanno ottenuto con la guerra”, facendo percepire la conferenza finale di Vance come una mossa di pura propaganda.
Per l’opinione pubblica iraniana e parte del mondo, l’immagine che passa è quella di un vicepresidente americano che riceve “istruzioni” in diretta da Tel Aviv.
#israele #mediooriente #usa #iran #trump #netanyahuAltro..
Colloqui USA–Iran falliti a Islamabad: perché il muro di Teheran fa tremare Washington e i mercati Raccontiamo i fatti. A Islamab...Colloqui USA–Iran falliti a Islamabad: perché il muro di Teheran fa tremare Washington e i mercati
Raccontiamo i fatti. A Islamabad si sono seduti allo stesso tavolo Stati Uniti e Iran per un negoziato definito “storico”: 21 ore consecutive di colloqui guidati dal vicepresidente americano JD Vance, con l’obiettivo di trasformare la tregua fragile in un accordo più stabile su guerra, sanzioni e Stretto di Hormuz. Alla fine, però, Vance è stato costretto ad ammetterlo pubblicamente: Teheran non ha accettato l’offerta messa sul tavolo da Washington.
La versione ufficiale americana insiste su un punto: l’Iran avrebbe rifiutato garanzie più forti sul non perseguire l’arma nucleare. Ma se si guarda alla sostanza, il vero nervo scoperto è un altro: lo Stretto di Hormuz e il futuro del petrodollaro. In queste settimane Teheran ha dimostrato di poter rallentare o condizionare il passaggio di petrolio e gas da uno dei colli di bottiglia più delicati al mondo, facendo balzare in alto prezzi e nervosismo dei mercati. Per Washington, oggi, evitare che Hormuz venga sigillato e che le transazioni energetiche si spostino in modo stabile verso altre valute vale almeno quanto – se non più – una formula astratta sul nucleare.
Da parte iraniana, il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha mandato messaggi molto chiari nei giorni precedenti: Teheran non accetterà un accordo percepito come una resa mascherata, e ha accusato gli USA di rischiare di “lasciare che Netanyahu uccida la diplomazia”, lasciando intendere che le pressioni israeliane contro qualsiasi compromesso siano ancora fortissime. In questa chiave, a Islamabad l’Iran ha scelto di non firmare: convinto che gli Stati Uniti non abbiano né i soldati per un’invasione, né la volontà politica di spingersi fino a un attacco diretto, Teheran ritiene di poter reggere il braccio di ferro e ottenere condizioni migliori in futuro.
Il risultato concreto, per ora, è questo: i colloqui USA–Iran in Pakistan si chiudono senza accordo, la tregua resta appesa a un filo, la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo continua a dipendere da equilibri fragili e i mercati si preparano a nuove ondate di volatilità su petrolio, gas e trasporti. In altre parole, nessuna pace, solo una pausa negoziale finita nel nulla: e la partita geopolitica tra Washington e Teheran è tutt’altro che chiusa.
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Tregua tra Iran e USA: davvero finita la paura di guerra e benzina alle stelle? USA e Iran hanno accettato una tregua di due sett...Tregua tra Iran e USA: davvero finita la paura di guerra e benzina alle stelle?
USA e Iran hanno accettato una tregua di due settimane e una riapertura parziale di Hormuz. Cosa cambia davvero per guerra, carburanti e rischi per l’Italia.
Dopo settimane di missili, droni e paura di una guerra totale in Medio Oriente, Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di due settimane mediata da vari Paesi, con un cessate il fuoco e un parziale allentamento delle tensioni sullo Stretto di Hormuz. È una pausa che arriva dopo gli attacchi congiunti USA–Israele sul territorio iraniano e le ritorsioni di Teheran contro infrastrutture militari, data center e depositi di carburante nel Golfo, che hanno fatto tremare i mercati energetici e i governi di mezzo mondo.
Per ora la tregua ha un effetto soprattutto psicologico: il solo annuncio di un cessate il fuoco e di una riapertura controllata delle rotte nello Stretto di Hormuz ha raffreddato le speculazioni su petrolio e gas, allontanando – almeno temporaneamente – lo scenario da incubo di navi bloccate e prezzi di carburanti fuori controllo. Ma gli analisti ricordano che si tratta di un accordo fragile, limitato nel tempo, che non risolve le questioni di fondo: programma nucleare iraniano, ruolo di Israele, sanzioni economiche, controllo dei choke point energetici.
Per l’Italia e per l’Europa questa tregua è una boccata d’ossigeno più che una soluzione definitiva: riduce il rischio immediato di shock energetici e permette qualche settimana di respiro a famiglie, imprese e bilanci pubblici già provati da anni di crisi e rialzi. Ma finché la sicurezza delle rotte del Golfo e di Hormuz resterà appesa agli umori di Washington e Teheran, continueremo a vivere con la spada di Damocle dei conflitti sul prezzo di benzina, gas e inflazione.
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Le Guardie rivoluzionarie iraniane dichiarano 18 big tech, tra cui Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e Amazon, “obiettivi l...Le Guardie rivoluzionarie iraniane dichiarano 18 big tech, tra cui Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e Amazon, “obiettivi legittimi” in Medio Oriente dopo gli attacchi con droni.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno pubblicato un elenco di 18 grandi aziende considerate “obiettivi militari legittimi” in Medio Oriente, nel pieno dell’escalation di tensioni con Stati Uniti e alleati nella regione del Golfo. Nella lista compaiono giganti tecnologici come Apple, Google (Alphabet), Microsoft, Meta, Nvidia, Tesla, Intel, IBM, Dell, Oracle, HP, Cisco, Palantir, General Electric, il colosso bancario JPMorgan e la società emiratina G42, accusati da Teheran di aver fornito tecnologie e sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per localizzare e uccidere comandanti iraniani.
Secondo i comunicati diffusi dai media vicini all’IRGC, dipendenti e civili sono stati invitati ad allontanarsi dalle strutture di queste aziende nel Golfo Persico e nell’area mediorientale, con l’indicazione di un orario preciso di inizio della “finestra di rischio” a partire dalla serata del 1° aprile. Il messaggio iraniano è chiaro: non saranno presi di mira solo obiettivi militari tradizionali, ma anche data center, infrastrutture digitali e sedi operative dei colossi tech occidentali coinvolti nella rete di supporto logistico e di intelligence degli Stati Uniti nella regione.
La minaccia arriva dopo una serie di attacchi con droni rivendicati o attribuiti all’Iran: a inizio marzo sono stati danneggiati tre data center di Amazon Web Services, due negli Emirati Arabi Uniti e uno in Bahrain, considerati da Teheran parte dell’infrastruttura digitale a servizio delle forze USA. Il 31 marzo un nuovo raid ha colpito i serbatoi di carburante dell’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando un vasto incendio nell’area fuel senza causare vittime, ma confermando il salto di qualità della guerra dei droni nel cuore delle rotte energetiche mondiali.
La decisione di mettere nero su bianco i nomi di Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e degli altri colossi segna un ulteriore passo verso la militarizzazione del cyberspazio e delle infrastrutture digitali nel Golfo, con potenziali conseguenze pesanti per la sicurezza di data center, cavi sottomarini, server farm e sedi regionali delle multinazionali. In questo scenario, le aziende tecnologiche diventano a tutti gli effetti attori di un conflitto ibrido che non riguarda più solo Stati e eserciti, ma anche piattaforme cloud, servizi AI e infrastrutture su cui si appoggiano ogni giorno milioni di utenti e migliaia di imprese in tutto il mondo.
#mediooriente #iran #guerramediooriente #appleAltro..
Libano, uccisi 4 soldati israeliani nel sud del Paese e truppe cecene pronte a schierarsi con l’Iran Quattro soldati israeliani u...Libano, uccisi 4 soldati israeliani nel sud del Paese e truppe cecene pronte a schierarsi con l’Iran
Quattro soldati israeliani uccisi nel sud del Libano secondo l’esercito di Tel Aviv. Truppe cecene annunciano disponibilità a schierarsi con l’Iran in caso di invasione USA.
Secondo le fonti ufficiali israeliane, quattro soldati dell’esercito di Tel Aviv sono stati uccisi nel sud del Libano durante scontri con le forze di Hezbollah e altre milizie presenti nell’area di confine. La notizia è stata confermata da più testate internazionali e rientra nell’escalation del conflitto lungo la frontiera libanese, dove l’esercito israeliano sta conducendo operazioni terrestri sempre più profonde rispetto alle settimane precedenti.
Le autorità militari israeliane hanno reso noto che, oltre ai quattro caduti, si registrano anche alcuni feriti, mentre proseguono bombardamenti e scambi di artiglieria tra le due parti. Le cifre sulle perdite di mezzi corazzati e sulle vittime tra i militari restano oggetto di valutazioni contrastanti, ma al momento i numeri ufficiali diffusi da Israele parlano di quattro soldati uccisi in questo specifico episodio nel sud del Libano.
Parallelamente, diverse fonti mediatiche riportano che unità militari cecene, fedeli al leader Ramzan Kadyrov e inquadrate nelle forze della Federazione Russa, hanno espresso la propria disponibilità a schierarsi al fianco dell’Iran nel caso gli Stati Uniti decidessero di lanciare un’invasione terrestre contro Teheran. Si tratta di dichiarazioni rese pubbliche attraverso media vicini a Mosca e alla Repubblica cecena, che per ora parlano di “prontezza al dispiegamento” e non di un invio già effettivo di truppe sul territorio iraniano.
Questi sviluppi confermano come il conflitto in Medio Oriente rischi di allargarsi oltre i confini di Israele e Libano, coinvolgendo attori regionali e potenze esterne, con il rischio di una ulteriore destabilizzazione dell’area. In questo contesto, la morte dei quattro soldati israeliani nel sud del Libano e le dichiarazioni delle truppe cecene a sostegno dell’Iran rappresentano due tasselli di una crisi in rapida evoluzione, seguita con attenzione da governi e organizzazioni internazionali.
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Non chiamate sconfitta un accordo: il messaggio di Teheran agli USA, tra minacce e nuovo ordine energetico Nel suo ultimo messagg...Non chiamate sconfitta un accordo: il messaggio di Teheran agli USA, tra minacce e nuovo ordine energetico
Nel suo ultimo messaggio, un esponente del fronte iraniano avverte Washington che quella che gli Stati Uniti chiamano “strategia” si è trasformata in una vera e propria “sconfitta strategica”. Chi si proclamava superpotenza mondiale, sostiene, se avesse avuto la forza di uscire dalla crisi lo avrebbe già fatto, invece si ritrova intrappolato in una guerra che non riesce né a vincere né a chiudere. Per questo invita apertamente a non mascherare la sconfitta dietro la parola “accordo”: “il tempo delle vostre promesse è finito”.
La lettura iraniana è netta: oggi nel mondo esistono due fronti, quello del “diritto” e quello del “falso”, e chi cerca davvero giustizia non si lascerà più ingannare dalla propaganda occidentale. Secondo questo discorso, il livello di crisi interna dell’Occidente è arrivato al punto che “negoziate con voi stessi”, mentre in Medio Oriente non ci sarà più traccia dei vecchi investimenti e dei “prezzi di prima” per energia e petrolio. Il messaggio è chiaro: la stabilità della regione verrà garantita dalla “mano potente” delle forze armate iraniane, perché “la stabilità nasce dalla forza”.
Teheran dichiara apertamente che nulla tornerà allo status quo finché non sarà la sua volontà a deciderlo e finché l’idea stessa di colpire l’Iran non sarà stata “cancellata dalle vostre menti”. La linea è di rottura totale: “nessuno come noi farà mai un compromesso con gente come voi, né ora né mai”, conclude il discorso, richiamando la promessa di una vittoria che, nella visione iraniana, arriverà solo “con l’aiuto di Dio, il Potente, il Saggio”. Dietro le parole, c’è la sfida più grande: trasformare la guerra con gli USA in un cambio di equilibrio globale, a partire dal controllo dell’energia e dalla fine dell’era in cui l’Occidente dettava le condizioni al resto del mondo.
#iran #usa #medioorienteAltro..
Geopolitica senza filtri: su Meetin trovi le notizie che i grandi media italiani non ti raccontano Iran, guerra, referendum sulla...Geopolitica senza filtri: su Meetin trovi le notizie che i grandi media italiani non ti raccontano
Iran, guerra, referendum sulla giustizia, il caso Santanchè, il blocco di Orbán agli aiuti all'Ucraina: i temi più caldi del 2026 animano ogni giorno il feed di Meetin, il social network italiano senza censura.
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Israele non è Gaza per testare le armi”: le parole shock del ministro Katz sulle bombe a grappolo contro l’Iran l’ultima uscita d...Israele non è Gaza per testare le armi”: le parole shock del ministro Katz sulle bombe a grappolo contro l’Iran
l’ultima uscita del ministro israeliano Katz, che alle Nazioni Unite ha chiesto di impedire all’Iran l’uso delle bombe a grappolo, ricordando che questi ordigni sono banditi dalle convenzioni internazionali. Allo stesso tempo, però, Katz avrebbe sottolineato che “Israele non è un campo di prova delle armi, come invece è Gaza”, arrivando di fatto ad ammettere che la Striscia è stata trattata come un laboratorio bellico a cielo aperto mentre ora pretende protezione per il proprio territorio.
Le bombe a grappolo rilasciano in aria decine di sub‑munizioni che si spargono su un’area vasta e spesso restano inesplose, trasformandosi in mine che uccidono civili per anni: per questo sono vietate da una convenzione internazionale che Israele e Iran non hanno ratificato, ma che resta un punto di riferimento per il diritto umanitario. Nel contesto della guerra con Teheran, Israele accusa l’Iran di aver già utilizzato queste armi contro il proprio territorio e chiede un intervento del Consiglio di Sicurezza, pur avendo alle spalle mesi di bombardamenti devastanti su Gaza, documentati da ONG e organismi ONU.
un ministro israeliano si presenta all’ONU invocando il rispetto delle regole di guerra e la difesa dei civili israeliani, mentre descrive Gaza come un luogo dove quelle stesse regole sarebbero state sospese e dove i palestinesi vengono trattati come “quasi animali”, sacrificabili in nome della sicurezza. Questo doppio standard, unito alla certezza che “non accadrà nulla in favore dei palestinesi”, alimenta l’indignazione di chi vede nella reazione delle istituzioni internazionali l’ennesima conferma di un sistema in cui alcune vite valgono meno di altre.
#guerra #israele #iranAltro..
Il ministro iraniano ad NBC: “Non colpiremo gli USA, ma attaccare le basi americane è autodifesa” Nella sua intervista esclusiva ...Il ministro iraniano ad NBC: “Non colpiremo gli USA, ma attaccare le basi americane è autodifesa”
Nella sua intervista esclusiva a NBC News, il ministro degli Esteri iraniano Ali Bagheri Araghchi ha tracciato con chiarezza la linea rossa di Teheran sulla guerra con gli Stati Uniti.
Da un lato ha ribadito che “i missili iraniani non sono progettati per raggiungere il territorio degli Stati Uniti” e che l’Iran “non sta costruendo e non costruirà” vettori capaci di colpire direttamente suolo americano, smentendo l’idea di un imminente attacco strategico contro gli USA.
Dall’altro, Araghchi ha difeso apertamente gli attacchi contro le basi militari statunitensi in Medio Oriente, definendoli un atto di legittima difesa. Secondo il ministro, quelle installazioni sono “strutture e basi da cui i militari USA ci attaccano”: di conseguenza, colpirle non sarebbe un’aggressione, ma la risposta a un’aggressione in corso. “Siamo sotto attacco dalle forze statunitensi nella regione, abbiamo tutto il diritto di difenderci”, ha dichiarato, insistendo sul fatto che “non siamo noi ad attaccare gli americani, stiamo solo difendendo noi stessi”.
Il messaggio politico è duplice: verso l’opinione pubblica internazionale, Teheran prova a presentarsi come attore razionale che non cerca uno scontro diretto con Washington; verso gli alleati e i nemici nella regione, rivendica invece la legittimità di colpire ovunque si trovino asset militari statunitensi coinvolti nelle operazioni contro l’Iran. In un contesto in cui si parla sempre più spesso di “guerra mondiale a pezzi”, l’intervista ad NBC chiarisce che la linea del fronte, per Teheran, non è il territorio americano ma la costellazione di basi USA nel Golfo, in Iraq, in Siria e oltre.
#mediooriente #iran #guerraAltro..
USA, si dimette il capo dell’antiterrorismo Joe Kent: “La guerra in Iran non difende il popolo americano La decisione di Joe Kent...USA, si dimette il capo dell’antiterrorismo Joe Kent: “La guerra in Iran non difende il popolo americano
La decisione di Joe Kent, capo del Centro per l’antiterrorismo e figura di riferimento nell’area conservatrice americana, di dimettersi per protesta contro la guerra in Iran è un segnale politico forte che arriva dal cuore dell’establishment della sicurezza USA.
In un messaggio pubblico su X, Kent scrive di non poter sostenere un conflitto che, a suo giudizio, non nasce da una minaccia imminente contro gli Stati Uniti ma dalla pressione di Israele e della sua lobby a Washington, denunciando una campagna di disinformazione che avrebbe snaturato la dottrina “America First” di Donald Trump.
La sua biografia rende queste parole ancora più pesanti: veterano della guerra in Iraq, descritto come una sorta di “Rambo” delle forze speciali, Kent porta anche il peso di una tragedia personale, la morte in Siria nel 2019 della moglie Shannon, militare e madre dei loro due figli, uccisa in un attentato suicida.
Nonostante questo profilo di lealtà alla causa militare e al trumpismo, sceglie di dissociarsi da un’operazione che considera inutile per la sicurezza nazionale e costosa in termini di vite e risorse.
Trump ha reagito liquidando le dimissioni come “una buona cosa”, accusando Kent di essere “debole sulla sicurezza” perché non vedeva l’Iran come una minaccia reale.
Ma dietro questa risposta si intravede un problema più ampio: il crescente malessere di una parte del mondo MAGA e dell’elettorato conservatore verso una guerra percepita come lontana dagli interessi del popolo americano, troppo simile alle avventure militari del passato che Trump aveva promesso di archiviare.
Il caso Kent mette quindi a nudo una contraddizione: da un lato la retorica del “non ripetere un nuovo Vietnam”, dall’altro una scelta di campo in Medio Oriente che rischia di aprire proprio quel fronte lungo, costoso e difficile da giustificare a chi aveva creduto in una politica estera più prudente e concentrata sui confini di casa.
Quanto peseranno queste dimissioni nel dibattito interno GOP sarà chiaro solo nei prossimi mesi, ma il messaggio è già arrivato: una parte dell’America securitaria non è più disposta a firmare assegni in bianco per guerre che non riesce a riconoscere come proprie.
#joekent #trump #iran #guerra #medioorienteAltro..
Guerra Iran–USA–Israele: tra censura sulle immagini e basi americane “asfaltate” nel Golfo Nel racconto ufficiale della guerra in...Guerra Iran–USA–Israele: tra censura sulle immagini e basi americane “asfaltate” nel Golfo
Nel racconto ufficiale della guerra in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele, i missili sembrano quasi colpire solo da una parte: vediamo a ripetizione le immagini dei lanci iraniani fermati dalle difese, mentre ciò che accade realmente sul territorio israeliano e nelle basi USA nel Golfo appare spesso fuori campo.
Secondo alcune ricostruzioni critiche, questo non è casuale: in Israele sarebbe in vigore una normativa che rende penalmente perseguibile chi filma con lo smartphone l’impatto di missili e le distruzioni, riducendo così la circolazione di video spontanei e il flusso di informazioni dal basso.
Sul piano militare, l’analisi sottolinea un punto chiave: l’Iran non sarebbe più il bersaglio passivo di un tempo, ma un attore in grado di colpire con durezza sia Israele sia le strutture strategiche statunitensi nel Medio Oriente. Grazie anche al supporto di Russia e Cina – assistenza balistica e capacità di tracciamento satellitare – Teheran avrebbe prima neutralizzato i radar di allerta precoce nelle basi USA, riducendo il preavviso da oltre un quarto d’ora a pochi minuti, e poi messo sotto attacco installazioni in Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Bahrain, considerate per anni il pilastro del controllo americano sulla regione e sulla stabilità delle petromonarchie legate al dollaro.
Se questo quadro venisse confermato, le conseguenze sarebbero notevoli: basi costate miliardi di dollari danneggiate o rese inservibili, decine o centinaia di vittime tra i militari statunitensi e la percezione, all’interno degli stessi Paesi del Golfo, che il “gendarme americano” non sia più in grado di garantire sicurezza a costo zero.
Da qui nasce anche il tema della comunicazione: mentre i bollettini ufficiali parlano di poche perdite e di difese efficaci, le fonti alternative insistono su numeri molto più alti e su un uso mirato dei missili iraniani contro hotel e strutture civili trasformate in basi logistiche, scenario destinato a pesare sul consenso interno di Donald Trump e sul rapporto tra opinione pubblica americana e nuove operazioni militari in Medio Oriente. In un contesto così opaco, la vera sfida per chi vuole capire cosa sta succedendo non è solo seguire i comunicati ufficiali, ma incrociare fonti diverse, verificare i dati e domandarsi quanto la guerra dell’informazione stia diventando, ancora una volta, parte integrante della guerra sul campo.
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Comunicato del Quirinale su Iran e Libano: cosa c’è davvero scritto e perché fa discutere Il comunicato diffuso dal Quirinale dop...Comunicato del Quirinale su Iran e Libano: cosa c’è davvero scritto e perché fa discutere
Il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Sergio Mattarella, ha acceso un duro dibattito politico e mediatico.
Nel testo ufficiale, la guerra scoppiata dopo i raid di Stati Uniti e Israele contro l’Iran viene descritta come “nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, con forte preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti sull’intero Medio Oriente e sul Mediterraneo.
Il documento condanna gli attacchi ai civili “di cui troppo sovente sono vittime bambini, come nel caso della strage della scuola di Minab”, definendoli sempre inaccettabili, ma senza indicare nel comunicato i responsabili militari specifici, cosa che molti critici leggono come eccessiva prudenza verso gli alleati occidentali.
Allo stesso tempo, sul Libano il Consiglio chiede a Israele di “astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Paese in un nuovo drammatico conflitto”, riconoscendo sia la responsabilità del gruppo libanese sia la pericolosità delle risposte israeliane.
Uno dei passaggi più sensibili riguarda l’uso delle basi italiane: il Quirinale prende atto delle risoluzioni parlamentari che consentono di rispondere alle richieste dei Paesi alleati per assistenza difensiva, precisando che l’utilizzo delle infrastrutture militari sul territorio nazionale deve avvenire nel rispetto del quadro giuridico degli accordi internazionali e che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”.
È qui che si concentra gran parte delle critiche: per alcuni, questa formula apre di fatto la porta a un coinvolgimento indiretto del nostro Paese nel conflitto, pur mantenendo una posizione ufficiale di non belligeranza. Al di là delle accuse politiche, il comunicato fotografa una realtà chiara: l’Italia è stretta tra gli obblighi verso NATO e alleati e l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra ma consente accordi di difesa collettiva.
Per questo il modo in cui si scelgono le parole – “azione militare” invece di “aggressione”, condanne generiche invece di responsabilità nominate – non è solo un dettaglio linguistico, ma un indicatore dei limiti e delle ambiguità della nostra politica estera in una fase di conflitti multipli.
#quirinale #iran #medioorienteAltro..
Iran, avvertimento ufficiale agli israeliani: ‘Lasciate il Paese e state lontani dalle basi militari Nelle ultime ore Teheran ha ...Iran, avvertimento ufficiale agli israeliani: ‘Lasciate il Paese e state lontani dalle basi militari
Nelle ultime ore Teheran ha alzato ancora l’asticella dello scontro con Israele. In una dichiarazione rilanciata dai media iraniani, le Guardie Rivoluzionarie hanno invitato i residenti dello Stato ebraico a lasciare il Paese e a tenersi lontani da basi militari, centri di sicurezza e sedi governative, avvertendo che nuove ondate di attacchi potrebbero rendere l’area sempre meno sicura. Non si tratta di un semplice video virale: già nel 2025 lo Stato maggiore iraniano aveva definito “forse non più abitabili” i territori occupati, invitando gli israeliani a partire per trovare rifugio all’estero. In questi giorni, inoltre, secondo varie fonti l’IRGC avrebbe inviato SMS di massa direttamente a cittadini israeliani, sostenendo che “nessun rifugio è sicuro” e invitandoli a lasciare il Paese: un chiaro esempio di guerra psicologica che si aggiunge allo scontro militare sul terreno.
La formulazione estrema che circola nei meme (“questa guerra finirà solo con la distruzione di Israele”) è una semplificazione da social, non una citazione letterale verificata nei comunicati ufficiali. Ma il messaggio politico resta durissimo: l’Iran presenta il conflitto come una guerra destinata a durare a lungo e in cui la pressione contro Israele – militare e mediatica – non è destinata ad allentarsi nel breve periodo.
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Iran, leader ferito ma non sconfitto: Hormuz chiuso, USA in crisi e Israele sotto i missili La crisi in Medio Oriente è entrata i...Iran, leader ferito ma non sconfitto: Hormuz chiuso, USA in crisi e Israele sotto i missili
La crisi in Medio Oriente è entrata in una fase nuova e ancora più pericolosa.
Il leader supremo iraniano, ferito ma vivo, ha fatto leggere in TV un messaggio alla nazione: smentisce le voci occidentali che lo davano in coma, promette di combattere “fino alla vittoria” e presenta il conflitto come una guerra esistenziale per il futuro dei bambini iraniani, dopo il bombardamento di diverse scuole e la strage nella scuola di Minab.
Nel suo discorso, l’Iran si descrive come una “grande famiglia” unita dal dolore per le vittime più giovani, contrapposta a un Occidente visto come individualista e moralmente corrotto. Teheran ribadisce di non voler dominare la regione, ma di difendere la propria sovranità, e avverte i paesi del Golfo: se continueranno a ospitare basi americane, quelle basi resteranno bersagli legittimi; se le chiuderanno, gli attacchi si fermeranno. Lo stretto di Hormuz è il cuore della partita: secondo il racconto del video, l’Iran lo controlla di fatto, ha colpito navi che tentavano di passare nonostante gli avvertimenti e oggi è l’unico attore in grado di riaprire il flusso di petrolio e gas verso il mondo. Le conseguenze si vedono già: problemi di approvvigionamento energetico, difficoltà per l’elio usato in apparecchiature mediche, fabbriche farmaceutiche rallentate, prezzi del greggio in crescita e un paradosso evidente – mentre gli USA bruciano miliardi in una guerra che non stanno vincendo, la Russia incassa extra‑profitti record grazie all’aumento dei prezzi e all’allentamento delle sanzioni sul suo petrolio. Sul piano militare, il quadro tracciato è quello di una NATO esposta e vulnerabile: droni iraniani colpiscono una base francese nell’area di Erbil, missili balistici arrivano fino alla base di Incirlik in Turchia, installazioni in Kuwait vengono danneggiate, e persino un hotel di Dubai trasformato in quartier generale USA viene distrutto dopo gli avvertimenti di Teheran ai paesi che ospitano comandi americani in strutture civili. Nel frattempo, milizie sciite irachene rivendicano l’abbattimento di un aereo cisterna KC‑135 e il danneggiamento di un secondo velivolo americano, promettendo di attaccare anche eventuali reparti britannici impegnati nella ricerca dei resti. Il fronte più sensibile resta Israele, colpito da un’ondata di missili provenienti da Iran, Yemen e Libano, con decine di feriti e un livello di censura molto alto sulle informazioni interne. Secondo testimonianze raccolte nel video, alcune basi vicino a Tel Aviv avrebbero subito esplosioni così forti da essere visibili a chilometri di distanza, segno di magazzini militari colpiti; i sistemi di difesa aerea sarebbero sempre più in difficoltà, al punto che molti missili raggiungono i loro obiettivi senza intercettazioni.
#iran #strettodihormuz #guerraMedioOriente #usaAltro..
L'Iran diffonde un video del fallimento del missile israeliano Iron Dome e dell'esplosione, ripresi a Tel Aviv. Un video amatoria...L'Iran diffonde un video del fallimento del missile israeliano Iron Dome e dell'esplosione, ripresi a Tel Aviv.
Un video amatoriale diffuso dall'emittente iraniana Press TV sembra mostrare un missile, soprannominato "Iron Dome" di Israele, che non riesce a impedire un attacco missilistico iraniano su Tel Aviv, in Israele.
L'Iron Dome di Israele è esploso ed è precipitato su Tel Aviv.
L'Iran, con l'aiuto del Libano, ha lanciato diversi missili per attaccare il sistema di difesa israeliano Iron Dome.
L'attacco con droni al deposito di petrolio dell'Oman è stato ripreso da alcuni operai vicino al porto di Salalah.
Il drone iraniano, presumibilmente uno Shahed-136, ha colpito il deposito di petrolio dell'Oman, provocandone l'esplosione.
#guerra #iran #israele #irondomeAltro..
“Guerra nel Golfo, Israele valuta l’opzione nucleare: tra corridoi di missili iraniani e ombre sull’uranio arricchito” Quindicesi...“Guerra nel Golfo, Israele valuta l’opzione nucleare: tra corridoi di missili iraniani e ombre sull’uranio arricchito”
Quindicesimo giorno di guerra nel Golfo Persico e, secondo le ricostruzioni più dure, la scorsa notte è stata la più violenta dall’inizio del conflitto: bombardamenti a tappeto su Israele e su diverse basi americane nella regione, con colpi diretti a infrastrutture considerate strategiche. I video diffusi dallo Stato Maggiore iraniano – analizzati con tecniche di reverse engineering e intelligenza artificiale – mostrerebbero danni reali e pesanti, inclusi attacchi nell’area di Dimona e di altri centri di ricerca nucleare israeliani.
In questo quadro, l’Iran appare in grado di aprire veri e propri corridoi missilistici nell’area, colpendo con una potenza che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Sul fronte opposto, dentro l’asse israelo‑americano si parlerebbe di una crescente disperazione: il comando Centcom viene accusato di aver orchestrato attacchi di “false flag” con droni Shahed modificati contro Paesi alleati, pur di trascinarli pienamente nel conflitto perché la campagna militare non sarebbe più sostenibile a questi ritmi.
La crepa arriva anche dall’Europa: la Francia avrebbe respinto richieste di ulteriore supporto, mentre la Svizzera avrebbe limitato alcuni sorvoli militari USA per attività di intelligence, segnali di un progressivo raffreddamento di una parte dell’Occidente rispetto alla gestione della guerra. Ma è da Israele che arriva la notizia più inquietante: come riportato da Haaretz, all’interno del governo sarebbe iniziato un dibattito esplicito sull’“opzione nucleare”, in un contesto in cui il Paese si percepisce sotto attacco esistenziale dal fronte iraniano e da Hezbollah, che continua a colpire il nord, la Galilea e snodi logistici chiave come l’area di Haifa.
Sul versante iraniano, il discorso tocca il cuore del programma nucleare: dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, Teheran ha ripreso l’arricchimento di uranio fino al 60% e, in assenza di controlli pieni dell’Agenzia internazionale, si ipotizza il passaggio al 90% grazie a una rete di centrifughe avanzate AR6 e AR9 distribuite in siti difficili da colpire. Secondo un calcolo citato nel video, 440 kg di uranio arricchito al 90% basterebbero teoricamente per circa 10 ordigni nucleari, che potrebbero essere montati su missili ipersonici o dotati di testate multiple. Il risultato è uno scenario in cui, mentre si parla sempre più spesso di “opzione nucleare” da parte di Israele, la possibilità che anche l’Iran abbia le capacità tecniche per avvicinarsi alla soglia atomica non è più pura fantapolitica. Se anche solo una parte di queste ricostruzioni trovasse conferma, saremmo davanti a un salto di livello drammatico: dalla guerra di missili e droni alla minaccia, reale, di un confronto in cui l’arma nucleare entra al centro del tavolo.
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“Nave Garibaldi regalata, commessa a DRASS: Crosetto deve spiegare il confine tra interesse pubblico e affari di casa” La presenz...“Nave Garibaldi regalata, commessa a DRASS: Crosetto deve spiegare il confine tra interesse pubblico e affari di casa”
La presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto a Dubai, in pieno attacco USA contro l’Iran, non sarebbe stata una semplice parentesi di relax. In quei giorni, secondo ricostruzioni giornalistiche, a Dubai si trovava anche il socio e presidente della DRASS SpA, azienda attiva nel settore della difesa e considerata vicina al ministro.
Le stesse fonti parlano di una lettera d’intenti tra il governo italiano e quello indonesiano per una doppia operazione: l’Italia cede gratuitamente la nave Garibaldi, simbolo della Marina militare, dal valore stimato di 54 milioni di euro, mentre in cambio entrerebbe in gioco una commessa di compensazione affidata proprio alla DRASS SpA.
DRASS, sempre secondo quanto riportato, avrebbe finanziato anche la campagna elettorale di Fratelli d’Italia. È su questo intreccio tra cessione di un asset strategico pubblico e possibile vantaggio per un’azienda privata collegata al ministro che un gruppo di parlamentari ha presentato un’interrogazione, chiedendo a Crosetto di chiarire tutto.
La domanda è semplice ma pesante: qual è l’interesse pubblico nell’operazione Garibaldi–Indonesia e come si evita che una scelta che riguarda la difesa nazionale si trasformi in un’occasione di business per una società vicina al titolare del dicastero? Finché il confine tra politica di difesa e affari privati non sarà chiarito in modo netto e trasparente, il sospetto di un conflitto d’interessi resterà sul tavolo.
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Guerra con l’Iran, allarme al Pentagono: munizioni USA bruciate in settimane e maxi-conti da 50 miliardi Dall’inizio della guerra...Guerra con l’Iran, allarme al Pentagono: munizioni USA bruciate in settimane e maxi-conti da 50 miliardi
Dall’inizio della guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti stanno bruciando le loro scorte di munizioni avanzate a un ritmo che i vertici militari definiscono senza precedenti. Nelle prime settimane del conflitto il Pentagono ha impiegato sistemi d’arma pensati per essere utilizzati nell’arco di anni, compresi i missili da crociera Tomahawk, tra i più costosi e sofisticati dell’arsenale americano.
L’intensità delle operazioni – attacchi di precisione, difesa antimissile e missioni navali nel Golfo Persico – sta mettendo sotto pressione l’industria bellica statunitense, chiamata a ricostruire rapidamente scorte che si stanno esaurendo molto più in fretta del previsto. Funzionari della difesa parlano apertamente di un problema di sostenibilità: se il conflitto dovesse protrarsi, mantenere questo ritmo operativo potrebbe diventare impossibile senza sacrificare altre aree strategiche.
Anche il conto economico è pesantissimo. Secondo le stime interne, il costo degli armamenti avanzati utilizzati in poche settimane ha già superato i livelli di spesa previsti per un intero anno fiscale. Per questo il Pentagono si prepara a chiedere al Congresso un pacchetto straordinario fino a 50 miliardi di dollari, destinato a ricostruire le scorte, sostenere la produzione industriale e garantire la continuità delle operazioni militari.
Dietro i numeri, c’è una domanda politica di fondo: quanto a lungo gli Stati Uniti possono permettersi una guerra ad alta intensità con l’Iran senza mettere in crisi il proprio apparato militare ed economico? È una domanda che non riguarda solo i generali, ma anche il Congresso e l’opinione pubblica americana, chiamati a decidere se questo costo – in armi e in miliardi – sia davvero sostenibile nel medio periodo.
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“Strage fantasma a Dezful? Il mistero del 292° battaglione corazzato ‘polverizzato’ da un missile” Circola sui canali Telegram vi...“Strage fantasma a Dezful? Il mistero del 292° battaglione corazzato ‘polverizzato’ da un missile”
Circola sui canali Telegram vicini all’opposizione iraniana la notizia che il 292° Battaglione corazzato di Dezful sarebbe stato colpito da un missile e “polverizzato”, con la distruzione completa dell’unità. Si tratterebbe di un reparto collegato alla 292ª Brigata corazzata, di stanza proprio nell’area di Dezful, già in passato al centro di esercitazioni e incidenti esplosivi legati a depositi di armi.
Al momento, però, non esistono conferme indipendenti da parte di media internazionali o organismi di monitoraggio militare: nessun comunicato ufficiale iraniano, nessuna verifica geolocalizzata delle immagini e nessun rapporto dettagliato di think tank specializzati sull’ordine di battaglia dell’Artesh. Proprio per questo molti analisti invitano alla prudenza: in una guerra ad alta intensità, con bombardamenti multipli su basi, aeroporti e infrastrutture militari in tutto il Paese, la propaganda e la disinformazione diventano armi potenti quanto i missili.
Se la notizia fosse confermata, il colpo contro un’unità corazzata a Dezful avrebbe un forte valore simbolico, perché colpirebbe il cuore dell’apparato terrestre iraniano in una provincia, il Khuzestan, storicamente strategica. Ma fino a quando non arriveranno prove solide – immagini verificate, analisi satellitari o conferme incrociate da più fonti – il “battaglione polverizzato” resta soprattutto il segno di quanto la guerra dell’informazione stia correndo di pari passo con la guerra combattuta sul terreno.
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Mojtaba Khamenei CHIUDE Hormuz: petrolio alle stelle e rischio shock globale Il nuovo leader iraniano trasforma lo Stretto di Hor...Mojtaba Khamenei CHIUDE Hormuz: petrolio alle stelle e rischio shock globale
Il nuovo leader iraniano trasforma lo Stretto di Hormuz in un’arma politica: traffico di petroliere quasi fermo, mercati in panico e timori di una nuova crisi energetica mondiale.
Lo Stretto di Hormuz, il corridoio da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato il cuore della nuova crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche, il nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei ha infatti indicato che la chiusura o forte limitazione del traffico nello stretto deve continuare come “leva di pressione” contro i nemici di Teheran.
Non serve un blocco navale tradizionale: bastano attacchi con droni e missili nell’area perché assicurazioni e compagnie di navigazione considerino la rotta troppo rischiosa, di fatto svuotando il passaggio di petroliere. Risultato? Flussi di greggio crollati rispetto ai livelli normali e un “tappo” su una delle arterie energetiche chiave del pianeta.
Gli effetti si vedono subito sui mercati: il prezzo del petrolio è schizzato verso l’alto, con le principali banche d’affari che parlano di un forte “risk premium” legato proprio all’incertezza su Hormuz. Alcuni analisti avvertono che, se la chiusura dovesse durare a lungo, lo scenario potrebbe essere quello di un petrolio ben oltre i 100 dollari al barile e di un nuovo shock globale su benzina, diesel e costi di trasporto.
Nel frattempo, i governi occidentali cercano contromosse: rilascio di scorte strategiche, pressioni diplomatiche, discussioni su possibili scorte navali per scortare le navi attraverso lo stretto. Ma con l’Iran deciso a usare Hormuz come strumento di pressione, ogni giorno che passa aumenta il rischio che la crisi energetica si trasformi in qualcosa di ancora più grande e imprevedibile.
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