Il nuovo ddl sul “nucleare sostenibile”
Il 3 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, a prima firma del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Il testo ha ottenuto 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, e passa ora al Senato con l’obiettivo dichiarato del governo di chiudere l’iter prima della pausa estiva, così da emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno.
La legge delega non autorizza direttamente la costruzione di nuove centrali, ma ridisegna il quadro normativo sul nucleare in Italia: affida al governo, entro un anno, il compito di disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare “sostenibile”, la ricerca sulla fusione, la gestione delle scorie e la riorganizzazione degli enti che si occupano di sicurezza e vigilanza. In questo contesto, gli esecutivi futuri potranno definire standard, procedure, incentivi e localizzazioni per eventuali nuovi impianti.
SMR, AMR e mini‑reattori: il nuovo volto dell’atomo
Il cuore politico e tecnologico del ddl è la scommessa sui reattori modulari di nuova generazione, i cosiddetti SMR (Small Modular Reactor) e AMR (Advanced Modular Reactor), presentati come alternativa alle grandi centrali del passato. Si tratta di impianti di taglia più piccola, teoricamente più flessibili nella gestione della potenza, e progettati con standard di sicurezza rafforzati rispetto ai reattori tradizionali, almeno nelle intenzioni dei promotori.
Secondo le linee illustrate nelle audizioni e nei documenti ufficiali, l’Italia punta a un contributo del nucleare pari al 3,5% della produzione elettrica entro il 2040 e all’11% entro il 2050, integrando l’atomo con rinnovabili e altre fonti a basse emissioni per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione. Il governo lega questa strategia alla necessità di ridurre la dipendenza energetica dall’estero, stabilizzare i costi delle bollette e garantire continuità di produzione in affiancamento a solare ed eolico.
I tre referendum sul nucleare: cosa hanno deciso davvero gli italiani
Il ritorno del nucleare sulla scena politica riapre un capitolo che sembrava chiuso da tempo. La storia italiana con l’atomo è infatti segnata da tre consultazioni popolari, in cui gli elettori hanno espresso in forme diverse una forte diffidenza verso questa tecnologia.
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Referendum 1987L’8 e 9 novembre 1987 si tennero cinque referendum abrogativi, tre dei quali riguardavano l’energia nucleare. I quesiti non chiedevano formalmente la “chiusura delle centrali”, ma puntavano ad abrogare strumenti chiave per lo sviluppo dell’atomo: la possibilità per il CIPE di decidere la localizzazione delle centrali in caso di mancato accordo con gli enti locali, i contributi economici ai Comuni ospitanti e la facoltà dell’ENEL di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero. In tutti i casi vinse nettamente il “sì” all’abrogazione, con percentuali superiori al 70% e un’affluenza del 65,1%, segnando di fatto lo stop alla politica energetica nucleare nell’Italia post‑Chernobyl.
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Referendum successivi e stop definitivoNegli anni successivi, ulteriori consultazioni (in particolare nel 2011) hanno confermato la volontà degli elettori di non rilanciare l’atomo, abrogando norme che avrebbero consentito un ritorno alle centrali di nuova generazione. Nel complesso, per tre volte il corpo elettorale è stato chiamato a pronunciarsi su norme legate al nucleare e per tre volte ha scelto la via dell’abrogazione, alimentando l’idea di un “no” strutturale dell’Italia a questa tecnologia.
Il nodo democratico: si può tornare al nucleare dopo tre “no”?
La scelta di riaprire il dossier nucleare attraverso una legge delega parlamentare ha immediatamente acceso la polemica. Esponenti dell’opposizione, associazioni ambientaliste e reti per le rinnovabili contestano non solo il merito della decisione, ma anche il metodo, sostenendo che si stia “calpestando la volontà popolare” espressa da tre consultazioni referendarie. Alcune memorie depositate alla Camera parlano esplicitamente di un ritorno “contro il voto degli italiani” e si interrogano sulla compatibilità costituzionale di una scelta che riapre un settore su cui il corpo elettorale si è pronunciato più volte.
Dal lato del governo e dei sostenitori del ddl, l’argomento è diverso: i referendum del 1987 e le consultazioni successive abrogavano specifiche norme dell’epoca, non un generico “diritto eterno” dell’Italia a utilizzare o meno il nucleare. Secondo questa lettura, un Parlamento eletto può legittimamente ridefinire la strategia energetica alla luce di nuove tecnologie, nuovi standard di sicurezza e nuovi obiettivi climatici. Resta però aperto il tema politico – e comunicativo – di un confronto con un’opinione pubblica che, storicamente, ha mostrato un livello di diffidenza verso l’atomo tra i più alti in Europa.
Costi, tempi e alternative: cosa dicono i critici
Oltre all’argomento democratico e al richiamo ai referendum, una parte del fronte contrario contesta la sostenibilità economica e industriale del nuovo nucleare. Studi e audizioni parlamentari sottolineano che molti progetti di SMR e AMR sono ancora in fase di sviluppo, con costi per kWh che, secondo alcune analisi, restano molto elevati rispetto alle rinnovabili mature e con tempi di realizzazione che difficilmente permetterebbero un contributo significativo prima di 15‑20 anni.
Le reti per le rinnovabili parlano di “scelta rischiosa per l’economia del Paese”, sia per l’entità degli investimenti richiesti, sia per il rischio di bloccare risorse che potrebbero invece essere destinate a efficienza energetica, accumuli, reti intelligenti e generazione distribuita. Il governo, dal canto suo, insiste sul fatto che il nucleare non è pensato come alternativa alle rinnovabili, ma come tassello complementare in un mix a basse emissioni che punta all’85% di elettricità “pulita” a metà secolo
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