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Il rientro lampo di Bartolozzi nei palazzi del potere A

Il rientro lampo di Bartolozzi nei palazzi del potere A

neanche tre mesi dalle dimissioni forzate da capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi è già pronta a rientrare nella macchina di governo. L’ex magistrata,…

Il rientro lampo di Bartolozzi nei palazzi del potere

A neanche tre mesi dalle dimissioni forzate da capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi è già pronta a rientrare nella macchina di governo. L’ex magistrata, già deputata di Forza Italia e poi “zarina” di Carlo Nordio a via Arenula, assumerà l’incarico di consigliera giuridica del ministro per gli Affari europei e il PNRR, Tommaso Foti, una delle figure più vicine alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Secondo le anticipazioni di stampa, Bartolozzi continuerà a percepire lo stipendio da magistrato, occupandosi in particolare della “fase ascendente” dei principali dossier in esame presso le istituzioni europee, con un ruolo chiave nell’interfaccia tra Palazzo Chigi, Bruxelles e la gestione dei fondi del PNRR. Il suo ritorno a un ruolo di primo piano nel cuore dell’esecutivo ha sollevato critiche per i tempi e le modalità dell’operazione.

Il “trucco” sul rientro in magistratura

Uno degli aspetti più controversi riguarda la gestione del suo status di magistrata fuori ruolo. Il 22 aprile il Consiglio Superiore della Magistratura aveva deliberato il rientro di Bartolozzi in servizio come giudice a Roma, dopo anni di distacco nelle istituzioni politiche. Se fosse tornata effettivamente in toga, la legge le avrebbe impedito di assumere nuovi incarichi governativi per due anni, creando un “periodo cuscinetto” tra la funzione giurisdizionale e quella politica.

Per evitare questo vincolo, il ministero ha di fatto congelato il decreto di rientro, ritardandone la pubblicazione per settimane, fino a quando non si è definita la soluzione Foti. Formalmente Bartolozzi risulta ancora collocata fuori ruolo e può così essere “agganciata” alla nuova poltrona a Palazzo Chigi, mantenendo al contempo retribuzione e status da magistrata. Una scelta che molti commentatori definiscono “trucco burocratico” e che solleva interrogativi sulla effettività delle norme a tutela dell’indipendenza della magistratura rispetto al potere politico.

Il caso Al‑Masri e l’ombra del processo

Sul piano giudiziario, la posizione di Bartolozzi è tutt’altro che neutra. La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio nei suoi confronti per il caso del generale libico Osama Al‑Masri, vicenda legata alla gestione di una richiesta di consegna e alle informazioni fornite agli inquirenti. L’ex capo di gabinetto è accusata in particolare di false dichiarazioni ai pm durante le indagini sulla possibile violazione di obblighi internazionali e sulla gestione del dossier in sede ministeriale.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, Bartolozzi avrebbe fatto sapere – anche a mezzo stampa – di aver “solo seguito disposizioni” e che il ministro Nordio sarebbe stato “informato di tutto”, un messaggio che molti hanno letto come un avvertimento politico. Se il caso dovesse arrivare a dibattimento, le sue parole in aula potrebbero avere un impatto esplosivo sul governo, mettendo sotto i riflettori dinamiche interne al ministero della Giustizia e rapporti tra vertici politici e struttura amministrativa.

In questo quadro, il trattamento riservato a Bartolozzi – rientro in un ruolo di peso a Palazzo Chigi – viene inevitabilmente confrontato con quello di altri esponenti della maggioranza coinvolti in vicende giudiziarie, come Andrea Delmastro, che non hanno ottenuto lo stesso livello di protezione e re‑impiego.

L’agenda di maggioranza: prescrizione, smartphone e legittimo impedimento

Parallelamente al “caso Bartolozzi”, la maggioranza di centrodestra ha tenuto un vertice sulla giustizia con il ministro Nordio e i presidenti delle commissioni competenti per definire le priorità da qui a fine legislatura. Secondo le indiscrezioni, sul tavolo ci sono tre dossier principali: la riforma della prescrizione, la disciplina del sequestro degli smartphone e nuove forme di legittimo impedimento.

Forza Italia punta a rimettere mano alla materia della prescrizione, superando l’attuale sistema “ibrido” nato dall’intreccio tra riforma Bonafede e correttivi Cartabia, con l’obiettivo di ridurre il rischio di processi di lunga durata per imputati eccellenti. Allo stesso tempo, la maggioranza vuole approvare una legge organica sui sequestri di smartphone e dispositivi digitali, sulla scia di recenti pronunce della Cassazione che richiedono criteri di specificità, proporzionalità e non esploratività, ma che per molti esponenti del centrodestra sono ancora troppo permissive verso i poteri dell’accusa.

Fratelli d’Italia, infine, spinge per rafforzare gli strumenti di legittimo impedimento, rendendo più semplice per esponenti di governo e vertici istituzionali chiedere rinvii delle udienze per impegni di servizio. Letta nel suo complesso, questa agenda viene interpretata dai critici come un pacchetto di misure orientate a “blindare i colletti bianchi”, mettendo in sicurezza figure chiave della politica e dell’amministrazione, soprattutto in una fase in cui diversi procedimenti toccano direttamente la galassia di governo

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