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Dall’Unità d’Italia alla “colonia

Dall’Unità d’Italia alla “colonia

interna” Aprile parte da una domanda provocatoria: “Se il Sud deruba il Nord da un secolo e mezzo, come mai il ladro è sempre più povero e il derubato è sempre…

Dall’Unità d’Italia alla “colonia interna”

Aprile parte da una domanda provocatoria: “Se il Sud deruba il Nord da un secolo e mezzo, come mai il ladro è sempre più povero e il derubato è sempre più ricco?”. La sua ricostruzione della questione meridionale risale all’Unità d’Italia, descritta come una “guerra non dichiarata” con l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna: stragi, deportazioni, incarcerazioni di massa e chiusura di alcune delle più grandi fabbriche dell’epoca, concentrate nel Mezzogiorno.

Secondo questo filone storiografico, l’unificazione avrebbe trasformato il Sud in una vera e propria colonia interna del nuovo Stato unitario, con risorse trasferite verso il Nord per finanziare opere pubbliche e sviluppo industriale. Aprile ricorda la tesi – contestata da altri studiosi ma radicata nella pubblicistica meridionalista – secondo cui circa il 66% della liquidità e delle riserve bancarie dell’Italia preunitaria era concentrata nel Regno delle Due Sicilie e sarebbe stata di fatto drenata verso il Nord dopo l’Unità.

Residuo fiscale e i “85 miliardi in meno” al Sud

Uno dei bersagli principali del discorso è la retorica del “residuo fiscale”, secondo cui le regioni del Nord verserebbero allo Stato molto più di quanto ricevano in spesa pubblica, finanziando di fatto il Mezzogiorno. Aprile ribalta la narrazione: “Chi parla di residuo fiscale vi sta prendendo in giro, perché lo Stato italiano dà al Sud 85 miliardi di euro in meno a parità di popolazione rispetto ai cittadini del Nord”.

Questa cifra, ripresa in più interventi dell’autore, fa riferimento a una stima del gap complessivo di spesa pubblica pro capite tra Mezzogiorno e Centro‑Nord, includendo sanità, istruzione, trasporti, welfare e investimenti. Aprile aggiunge che, sul fronte degli investimenti, ogni anno il Sud riceverebbe circa 6,5 miliardi in meno, e che all’interno di queste somme più basse sono contabilizzati anche i fondi europei, suggerendo che lo Stato nazionale “sul Sud ci mette quasi niente”.

Scuola, mensa e servizi: due Italie a confronto

Per rendere tangibile il divario, Aprile cita esempi concreti sui servizi essenziali. In Lombardia, e in particolare a Monza, il 100% degli alunni avrebbe accesso alla mensa scolastica, mentre a Reggio Calabria la copertura sarebbe quasi nulla (0,07%). Rapporti di organizzazioni come Save the Children confermano che il servizio mensa non è distribuito in modo uniforme: in molte aree del Sud la percentuale di scuole dotate di refezione è drasticamente più bassa rispetto al Nord, con conseguenze sulla qualità del tempo pieno e sull’accesso a un pasto equilibrato per i bambini.

La stessa logica vale per la spesa pro capite dedicata a infanzia e famiglia: a Trieste si spendono quasi 400 euro per cittadino, mentre in realtà come Vibo Valentia si scenderebbe sotto i 10 euro, un dato che, se confermato, fotografa un’abissale differenza di welfare territoriale. Questi squilibri nei servizi locali, sostiene Aprile, sono la traduzione concreta dei famosi “85 miliardi in meno” e contribuiscono a spiegare perché molte famiglie del Sud siano costrette a supplire con risorse proprie a ciò che altrove è garantito dal pubblico.

Infrastrutture e trasporti: il treno per Matera che non arriva mai

Il capitolo infrastrutture è centrale nella denuncia. Aprile ricorda che a Matera – capitale europea della cultura 2019 – si attende ancora un collegamento ferroviario diretto con la rete nazionale a distanza di oltre un secolo dall’Unità. In Sicilia, per percorrere 300 km in treno possono servire oltre 14 ore, a causa di linee lente, binari unici e carenze strutturali che rendono il trasporto su ferro poco competitivo rispetto al Nord.

In parallelo, alle porte di Torino e Milano circolano “400 treni al giorno” su direttrici ad alta velocità e alta capacità, un livello di frequenza che Aprile paragona a quello di megalopoli asiatiche come Pechino e Shanghai. La linea AV Torino‑Milano‑Napoli, ricorda l’autore, sarebbe costata in media a chilometro circa sette volte rispetto a progetti simili in Francia, alimentando il sospetto di scelte opache e sovraccosti che, a fronte di investimenti massicci nel Nord, hanno lasciato il Sud con reti arretrate.

Porti, export e accordi internazionali: chi guadagna di più

Un altro elemento critico è la gestione dei corridoi commerciali e degli accordi internazionali. Aprile sostiene che, negli accordi con la Cina sulla Nuova Via della Seta, la priorità sia stata data ai porti di Genova e Trieste, con le navi obbligate a toccare questi scali passando davanti a quelli meridionali – Gioia Tauro, Taranto, Napoli – che pure vantano posizioni strategiche nel Mediterraneo.

Sul fronte agroalimentare, viene citato il caso dell’olio d’oliva e dei vini: in alcune intese commerciali con Canada e Cina, i prodotti tutelati con marchi e promozioni sarebbero prevalentemente (o esclusivamente) del Nord, penalizzando le denominazioni meridionali. A ciò si aggiunge un dato spesso ripetuto da Aprile: il Nord vende al Sud ogni anno merci per circa 70 miliardi di euro, una cifra pari a tre volte le esportazioni del Nord verso il resto del continente europeo. In altre parole, il Mezzogiorno rappresenta uno dei principali mercati interni per l’industria settentrionale, un “cliente strutturale” senza il quale i bilanci di molte filiere sarebbero ben più fragili.

“You don’t know how unjust is this country”

Il discorso si chiude con un aneddoto simbolico: l’erede di un emigrato beneventano, partito per disperazione nell’Ottocento verso gli Stati Uniti, racconta che da quattro generazioni in famiglia si tramanda una sola frase sull’Italia: “You don’t know how unjust is this country” – “Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese”.

Per Aprile, questa frase riassume il sentimento diffuso di chi, nel Mezzogiorno, percepisce da decenni un sistema a due velocità, in cui servizi, infrastrutture e opportunità sono distribuiti in modo sistematicamente diseguale. La sua denuncia non è priva di contestazioni sul piano storiografico ed economico, ma continua a intercettare una sensibilità reale, soprattutto in un momento storico in cui si discute di autonomia differenziata, PNRR e nuovi assetti istituzionali che potrebbero accentuare ulteriormente le fratture territoriali.

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