Ogni anno centinaia di milioni di euro di soldi pubblici finiscono nelle casse dei grandi giornali, sempre gli stessi, sempre i soliti noti. Non parliamo di spiccioli, ma di un sistema di contributi diretti, crediti d’imposta e agevolazioni che da vent’anni tiene in piedi interi gruppi editoriali che sul mercato, da soli, non reggerebbero.
Il paradosso è che spesso sono proprio questi giornali – quelli che campano da decenni con soldi nostri – ad attaccare chi chiede un reddito di sostegno in una fase di povertà, dipingendo i beneficiari come “fannulloni da divano” che non vogliono lavorare. Chi prende il reddito viene trattato come un parassita, mentre gli editori che incassano milioni a fondo pubblico vengono descritti come paladini del “pluralismo” e dell’“informazione libera”.
Così come è costruito oggi, il finanziamento pubblico all’editoria è diventato un gigantesco privilegio a tempo indeterminato: risorse concentrate su poche testate, poca trasparenza, controlli deboli e un sistema che tende a proteggere chi è già forte, non chi fa davvero informazione indipendente. Non è un aiuto al giornalismo, è un paracadute permanente per direttori e gruppi editoriali che vediamo ogni giorno nei talk show a dettare la linea del dibattito pubblico.
Per questo nasce la campagna “Basta soldi ai giornali”, con una raccolta firme per un referendum che chiede di abolire l’attuale sistema di finanziamento pubblico ai giornali e restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi informare con il proprio portafoglio. Se i giornali vogliono davvero essere liberi, inizino a vivere delle copie vendute e degli abbonamenti, non delle sovvenzioni dello Stato che poi non esitano a criticare quando il destinatario non è un editore, ma una famiglia in difficoltà.
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