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“In nome della legge, giù le armi”: perché Leonardo e lo

“In nome della legge, giù le armi”: perché Leonardo e lo

Stato italiano sono finiti in tribunale per le forniture militari a Israele C’è una notizia che dovrebbe stare in apertura su tutti i giornali, e invece scivola sotto traccia: lo Stato italiano e il…

“In nome della legge, giù le armi”: perché Leonardo e lo Stato italiano sono finiti in tribunale per le forniture militari a Israele

C’è una notizia che dovrebbe stare in apertura su tutti i giornali, e invece scivola sotto traccia: lo Stato italiano e il colosso bellico Leonardo S.p.A. sono stati portati in tribunale da una rete di associazioni per fermare la vendita di armi a Israele, accusata di violare la Costituzione e la legge 185 del 1990. Nel ricorso, promosso da Un Ponte Per insieme ad altre realtà della società civile, si chiede al Tribunale civile di Roma di dichiarare nulli tutti i contratti di fornitura di materiali d’armamento verso Israele, sostenendo che quelle esportazioni contrastano con l’articolo 11 della Costituzione – quello che sancisce il ripudio della guerra – e con i vincoli del diritto internazionale e del Trattato sul commercio di armi del 2013.

L’azione legale, battezzata “In nome della legge, giù le armi Leonardo”, mette sotto accusa un intero sistema: secondo le associazioni ricorrenti, l’Italia non ha sospeso le autorizzazioni nonostante le ripetute documentazioni ONU sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, e avrebbe continuato a consentire trasferimenti di armamenti e tecnologie militari prodotti da Leonardo e sue controllate, impiegati anche nei bombardamenti su Gaza. Un nuovo dossier ha ricostruito almeno 416 spedizioni a uso militare dall’Italia verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, tra cui oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici firmati Leonardo, destinati a linee di produzione di velivoli coinvolti nelle operazioni sulla Striscia. Al centro della causa non c’è solo la responsabilità dell’azienda, partecipata dallo Stato, ma soprattutto quella politica dei governi che hanno autorizzato le esportazioni in un contesto che molte commissioni e relatori ONU definiscono apertamente “genocida”. Gli avvocati chiedono al giudice di accertare la nullità dei contratti in essere, di bloccare qualsiasi futura vendita di armi e tecnologie militari a Israele e di imporre un embargo totale, in linea con gli obblighi internazionali dell’Italia. Nel frattempo, gran parte della classe politica – la stessa che si riempie la bocca con la “difesa della Costituzione” – tace e guarda altrove, lasciando che a difendere l’articolo 11 siano i tribunali e una manciata di associazioni. È questo silenzio, più ancora dei contratti, a raccontare quanto sia diventato scomodo dire una cosa semplice: se l’Italia ripudia davvero la guerra, non può continuare a fare affari con chi la guerra la alimenta.

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