Romania, basi USA contro l’Iran e “vero presidente” Georgescu: cosa c’è dietro la scelta di Bucarest
L’11 marzo 2026 la Romania ha autorizzato l’uso delle proprie basi militari da parte degli Stati Uniti per operazioni legate alla guerra contro l’Iran. Il Consiglio di difesa nazionale, guidato dal presidente Nicușor Dan, ha dato il via libera all’impiego dell’aerobase di Mihail Kogălniceanu sul Mar Nero e di altre installazioni per rifornimenti in volo, sorveglianza, comunicazioni e dispiegamento temporaneo di mezzi e personale USA. Il governo insiste nel definire questo supporto “difensivo”, ma di fatto Bucarest diventa una retrovia strategica di primo piano nel conflitto in Medio Oriente. La decisione ha riaperto ferite profonde nella politica romena. Da un lato c’è la tradizionale linea filo‑NATO e filo‑americana, rafforzata dall’invasione russa dell’Ucraina e dal ruolo cruciale del Mar Nero. Dall’altro cresce il fronte di chi teme che la Romania venga trasformata in piattaforma permanente per guerre decise a Washington, esponendo il paese a ritorsioni e a un’escalation fuori controllo. In questo clima si inserisce la figura di Călin Georgescu, leader ultranazionalista, filo‑russo e radicalmente ostile alla presenza militare occidentale. Georgescu aveva dominato il primo turno delle presidenziali 2024, ma la sua corsa è stata fermata quando la Corte Costituzionale ha annullato il voto per massiccia interferenza russa e campagne coordinate sui social. Successivamente è stato escluso dalla nuova tornata elettorale del 2025 e oggi è a processo per propaganda fascista, antisemitismo, esaltazione di criminali di guerra e presunto tentativo di colpo di stato. I suoi sostenitori continuano a presentarlo come “vero presidente” ostacolato da dossier giudiziari, mentre definiscono l’attuale capo dello Stato “non eletto” e accusano il governo di svendere la sovranità nazionale agli Stati Uniti concedendo le basi contro l’Iran. Questa narrazione semplifica uno scontro molto più complesso, che riguarda l’equilibrio tra sicurezza e autonomia: quanta sovranità è disposta a sacrificare la Romania per restare al centro dello scudo NATO, e chi controlla che il confine tra difesa collettiva e coinvolgimento in guerre altrui non venga superato? In gioco non c’è solo la collocazione internazionale del paese, ma anche la qualità della sua democrazia interna: l’uso degli strumenti giudiziari per fermare candidati percepiti come pericolosi, la gestione opaca delle basi straniere sul territorio e l’assenza di un vero dibattito parlamentare sul rischio di diventare bersaglio in un conflitto globale rischiano di alimentare sfiducia e radicalizzazione, proprio mentre il paese è chiamato a scelte strategiche irreversibili. #guerra #mediooriente #usa