“Tajani minaccia di dimettersi”: il ministro degli Esteri che ha portato l’Italia “sotto Malta” ora agita lo spauracchio dell’addio
Antonio Tajani avrebbe fatto sapere ai suoi, con Marina Berlusconi in copia, che se cade anche il capogruppo di Forza Italia alla Camera lui se ne va: “Se salta pure Barelli, me ne vado”. La scena è questa: dopo la sfiducia interna a Gasparri al Senato e le voci insistenti sull’addio dell’omologo Paolo Barelli a Montecitorio, il leader azzurro alza il tono e trasforma una guerra di corridoio in un ultimatum politico. Come se 60 milioni di italiani vivessero col fiato sospeso all’idea di perdere un ministro degli Esteri che, in tre anni e mezzo, ha fatto precipitare il peso internazionale dell’Italia “un gradino sotto Malta e uno sopra il Tagliichistan”. Nel bilancio critico di questo mandato alla Farnesina c’è un po’ di tutto: un approccio al diritto internazionale “fino a un certo punto”, richieste all’ambasciatrice iraniana su “come sono andati i bombardamenti” con la leggerezza di chi chiede della settimana bianca, e una storica ospitata da Vespa in cui in pochi minuti sono stati demoliti lo stato di diritto e il principio di presunzione d’innocenza dell’imputato. Episodi che hanno alimentato l’idea di un ministero gestito più come un talk show che come una cabina di regia della politica estera. Per questo, quando Tajani agita lo spettro delle dimissioni come se fosse una minaccia per il Paese, il paradosso è evidente: per molti osservatori, la vera “notizia positiva” sarebbe che l’addio includesse anche la poltrona alla Farnesina. Sarebbe, dicono i critici, il gesto più utile in tre anni e mezzo di “disonorato servizio”, la chiusura naturale del ciclo del governo più goffo e raffazzonato della storia repubblicana, dove “peggio della destra estrema c’è solo l’estrema incompetenza”. Due facce della stessa medaglia che, a furia di errori e ultimatum farseschi, stanno portando la coalizione verso l’unica destinazione possibile: l’autodistruzione politica.