Mentre la guerra in Ucraina continua, Kiev si è ritagliata un nuovo ruolo strategico nel cuore del Medio Oriente: quello di “scudo anti‑drone” per i Paesi del Golfo sotto attacco iraniano. In un intervento al Parlamento britannico, Volodymyr Zelensky ha confermato che 201 esperti militari ucraini specializzati nella difesa anti‑drone sono già operativi nella regione, con altri 34 pronti a partire. Questi team lavorano fianco a fianco con gli eserciti di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e, a breve, Kuwait, per intercettare i droni kamikaze Shahed e altri UAV usati da Teheran per colpire città, infrastrutture energetiche e basi militari.
La scelta non è casuale: nessuno in Europa ha maturato più esperienza dell’Ucraina nel fermare gli sciami di droni iraniani lanciati dalla Russia dal 2022 in poi. In questi anni, Kiev ha sviluppato sistemi di intercettazione a basso costo basati su droni “cacciatori”, radar adattati e software in grado di funzionare anche sotto pesante guerra elettronica, offrendo un’alternativa più economica ai costosissimi missili Patriot usati finora dai Paesi del Golfo per abbattere singoli obiettivi. Secondo le ricostruzioni dei media internazionali, gli specialisti ucraini stanno già contribuendo ad aumentare il tasso di intercettazione dei droni su città e impianti petroliferi della regione, mentre le monarchie del Golfo, in cambio, valutano la fornitura a Kiev di sistemi di difesa aerea avanzati e preziosi intercettori per proteggere il cielo ucraino dai missili russi.
Per Zelensky questa missione ha un doppio valore: da un lato permette all’Ucraina di proiettare potere “tecnologico” oltre il proprio fronte, dimostrando di non essere solo un Paese che chiede armi, ma anche un esportatore di know‑how militare; dall’altro rafforza l’alleanza con Stati Uniti e alleati del Golfo, che vedono in Kiev un partner chiave nella partita contro Iran e i suoi droni. Non è un caso che lo stesso presidente ucraino abbia sottolineato come la condivisione di competenze sulla difesa anti‑drone con cinque Paesi della regione si inserisca in una strategia di più lungo periodo: scambiare tecnologia e uomini per ottenere in cambio quello che oggi a Kiev manca di più, cioè missili antiaerei e sistemi di difesa in grado di reggere l’urto della prossima offensiva russa.
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