Ebrei religiosi contro il sionismo: una voce solidale con la Palestina in un video un rappresentante di una comunità ebraica ultr... Altro..
sodomagrande
25 marzo alle ore 17:04
🌍
“Grande Israele” dal Nilo all’Eufrate: quando la promessa biblica diventa progetto geopolitico Nel dibattito su Israele e Palesti...“Grande Israele” dal Nilo all’Eufrate: quando la promessa biblica diventa progetto geopolitico
Nel dibattito su Israele e Palestina si sente sempre più spesso parlare di “Grande Israele”, ma cosa significa davvero questa espressione e da dove nasce? Il punto di partenza sono alcuni passaggi chiave della Bibbia ebraica: in Genesi 15,18 Dio promette ad Abramo “alla tua discendenza darò questa terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate”. Versetti simili in Deuteronomio 11,24 e Giosuè 1,4 descrivono un territorio vastissimo, che va ben oltre la Palestina storica e i confini dell’attuale Stato di Israele.
Nel testo biblico si parla di Eretz Israel, la “Terra di Israele”, non di “Great Israel”. Ma una parte del sionismo – soprattutto religioso – ha letto questi passaggi in senso letterale e politico: la terra promessa non sarebbe solo un simbolo spirituale, ma un diritto storico concreto, da rivendicare dal Nilo al Mediterraneo, fino all’Eufrate in Iraq, includendo parti di Egitto, Giordania, Siria e Libano. Su questa base si fonda la pretesa di sovranità su Giudea e Samaria (Cisgiordania) e il rifiuto di riconoscere uno Stato palestinese veramente indipendente.
In questa visione, l’“occupazione” non è un incidente temporaneo ma un tassello di un progetto più ampio: per alcuni sionisti religiosi “spargere sangue” per difendere o allargare i confini è una missione sacra, per altri la retorica biblica diventa un potente strumento ideologico per giustificare espansione e dominio regionale. Il video ricorda come, nell’agosto 2025, Benjamin Netanyahu abbia ribadito in un’intervista il suo attaccamento alla “Grande Israele”, includendo esplicitamente territori palestinesi e porzioni di paesi vicini, nonostante su di lui pesi un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
La domanda finale è scomoda ma inevitabile: se una guerra viene raccontata come battaglia religiosa e suprematista per una terra “data da Dio”, quanto è coerente con i valori dichiarati del mondo occidentale continuare a trattare Israele come un alleato “democratico e laico” qualsiasi? E perché gli stessi governi che dicono di difendere il diritto internazionale faticano perfino a nominare l’idea di uno Stato palestinese pienamente sovrano, mentre accolgono in visita ufficiale un leader sotto mandato della CPI? È su questo cortocircuito – tra promesse bibliche, progetto politico e doppi standard occidentali – che si gioca oggi una parte decisiva della partita in Medio Oriente.
#GrandeIsraele #sionismo #Palestina #geopolitica #MedioOriente Altro..
Nel dibattito su Israele e Palestina si sente sempre più spesso parlare di “Grande Israele”, ma cosa significa davvero questa espressione e da dove nasce? Il punto di partenza sono alcuni passaggi chiave della Bibbia ebraica: in Genesi 15,18 Dio promette ad Abramo “alla tua discendenza darò questa terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate”. Versetti simili in Deuteronomio 11,24 e Giosuè 1,4 descrivono un territorio vastissimo, che va ben oltre la Palestina storica e i confini dell’attuale Stato di Israele.
Nel testo biblico si parla di Eretz Israel, la “Terra di Israele”, non di “Great Israel”. Ma una parte del sionismo – soprattutto religioso – ha letto questi passaggi in senso letterale e politico: la terra promessa non sarebbe solo un simbolo spirituale, ma un diritto storico concreto, da rivendicare dal Nilo al Mediterraneo, fino all’Eufrate in Iraq, includendo parti di Egitto, Giordania, Siria e Libano. Su questa base si fonda la pretesa di sovranità su Giudea e Samaria (Cisgiordania) e il rifiuto di riconoscere uno Stato palestinese veramente indipendente.
In questa visione, l’“occupazione” non è un incidente temporaneo ma un tassello di un progetto più ampio: per alcuni sionisti religiosi “spargere sangue” per difendere o allargare i confini è una missione sacra, per altri la retorica biblica diventa un potente strumento ideologico per giustificare espansione e dominio regionale. Il video ricorda come, nell’agosto 2025, Benjamin Netanyahu abbia ribadito in un’intervista il suo attaccamento alla “Grande Israele”, includendo esplicitamente territori palestinesi e porzioni di paesi vicini, nonostante su di lui pesi un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
La domanda finale è scomoda ma inevitabile: se una guerra viene raccontata come battaglia religiosa e suprematista per una terra “data da Dio”, quanto è coerente con i valori dichiarati del mondo occidentale continuare a trattare Israele come un alleato “democratico e laico” qualsiasi? E perché gli stessi governi che dicono di difendere il diritto internazionale faticano perfino a nominare l’idea di uno Stato palestinese pienamente sovrano, mentre accolgono in visita ufficiale un leader sotto mandato della CPI? È su questo cortocircuito – tra promesse bibliche, progetto politico e doppi standard occidentali – che si gioca oggi una parte decisiva della partita in Medio Oriente.
#GrandeIsraele #sionismo #Palestina #geopolitica #MedioOriente Altro..
public
Vota post
★
★
★
★
★
★ 5 (1 voti)
Condividi questo post
gunpress
15 marzo alle ore 19:06
🌍
Messia, guerra santa e potere globale: quando il fanatismo religioso scrive la strategia di Israele e dell’Occidente Nel dibattit...Messia, guerra santa e potere globale: quando il fanatismo religioso scrive la strategia di Israele e dell’Occidente
Nel dibattito sulla guerra in Medio Oriente c’è una dimensione che quasi nessuno affronta davvero: quella religiosa ed escatologica, cioè l’idea che il conflitto serva a preparare il “ritorno del Messia” e una nuova forma di dominio globale. Nel video viene attribuito a Benjamin Netanyahu il progetto dichiarato di lavorare “attivamente per il ritorno del Messia”, trasformando Israele in una potenza regionale annientando l’Islam e, di conseguenza, in una potenza globale.
Secondo questa chiave di lettura, il premier israeliano sarebbe stato “investito” di questa missione già negli anni ’90 dal Rebbe Lubavitcher, figura centrale del movimento Chabad. Da allora, la minaccia islamista sarebbe stata costruita non solo come sfida geopolitica, ma come protagonista/antagonista di una grande guerra finale, in cui Israele deve uscire vittoriosa mentre l’Occidente – “Edom” – viene spinto verso il crollo. intreccia a questo quadro anche la rete di ricatti legata ai “file Epstein”, presentata come strumento per controllare élite politiche e culturali occidentali e orientarne le scelte. In parallelo, vengono citate le parole estreme del rabbino Ovadia Yosef sui goyim “nati per servire”, come esempio di suprematismo religioso che alimenta una visione in cui ebrei e gentili non sono sullo stesso piano, ma in un rapporto di dominio e sottomissione.
Tutto questo viene definito “ebraismo messianico”: un suprematismo religioso che si aggancia al sionismo secolare e si salda con il sionismo cristiano, quella corrente evangelicale che attende l’Armageddon e il ritorno di Gesù come tappa inevitabile. In questo schema, la grande guerra contro l’Islam non è solo una campagna militare: è letta come guerra santa, preparazione alla fine dei tempi, con simboli come i tatuaggi “Deus Vult” e “Kafir” ostentati da alcuni leader occidentali.
Il messaggio di fondo è chiaro: il fanatismo religioso non è un dettaglio marginale dei conflitti contemporanei, ma una forza che sta ridisegnando equilibri politici, alleanze e strategie militari dal Medio Oriente all’Occidente. Ignorare questa dimensione, separando religione e potere, significa non capire perché la spirale di guerra sembra puntare sempre più verso uno scontro “totale”, in cui la posta in gioco non è solo il controllo di territori, ma il significato stesso di chi comanderà sul pianeta dopo la tempesta.
#MessiaEGuerra #FanatismoReligioso #MedioOriente #Escatologia #Sionismo #PotereGlobale #GuerraSanta #Geopolitica #ReligioneEPotere Altro..
Nel dibattito sulla guerra in Medio Oriente c’è una dimensione che quasi nessuno affronta davvero: quella religiosa ed escatologica, cioè l’idea che il conflitto serva a preparare il “ritorno del Messia” e una nuova forma di dominio globale. Nel video viene attribuito a Benjamin Netanyahu il progetto dichiarato di lavorare “attivamente per il ritorno del Messia”, trasformando Israele in una potenza regionale annientando l’Islam e, di conseguenza, in una potenza globale.
Secondo questa chiave di lettura, il premier israeliano sarebbe stato “investito” di questa missione già negli anni ’90 dal Rebbe Lubavitcher, figura centrale del movimento Chabad. Da allora, la minaccia islamista sarebbe stata costruita non solo come sfida geopolitica, ma come protagonista/antagonista di una grande guerra finale, in cui Israele deve uscire vittoriosa mentre l’Occidente – “Edom” – viene spinto verso il crollo. intreccia a questo quadro anche la rete di ricatti legata ai “file Epstein”, presentata come strumento per controllare élite politiche e culturali occidentali e orientarne le scelte. In parallelo, vengono citate le parole estreme del rabbino Ovadia Yosef sui goyim “nati per servire”, come esempio di suprematismo religioso che alimenta una visione in cui ebrei e gentili non sono sullo stesso piano, ma in un rapporto di dominio e sottomissione.
Tutto questo viene definito “ebraismo messianico”: un suprematismo religioso che si aggancia al sionismo secolare e si salda con il sionismo cristiano, quella corrente evangelicale che attende l’Armageddon e il ritorno di Gesù come tappa inevitabile. In questo schema, la grande guerra contro l’Islam non è solo una campagna militare: è letta come guerra santa, preparazione alla fine dei tempi, con simboli come i tatuaggi “Deus Vult” e “Kafir” ostentati da alcuni leader occidentali.
Il messaggio di fondo è chiaro: il fanatismo religioso non è un dettaglio marginale dei conflitti contemporanei, ma una forza che sta ridisegnando equilibri politici, alleanze e strategie militari dal Medio Oriente all’Occidente. Ignorare questa dimensione, separando religione e potere, significa non capire perché la spirale di guerra sembra puntare sempre più verso uno scontro “totale”, in cui la posta in gioco non è solo il controllo di territori, ma il significato stesso di chi comanderà sul pianeta dopo la tempesta.
#MessiaEGuerra #FanatismoReligioso #MedioOriente #Escatologia #Sionismo #PotereGlobale #GuerraSanta #Geopolitica #ReligioneEPotere Altro..
public
Vota post
★
★
★
★
★
★ 5 (3 voti)
Condividi questo post