Elmas, 28 maggio: quattro voli da Tel Aviv nel silenzio dei media
Il 28 maggio, all’aeroporto di Elmas in Sardegna, sono atterrati quattro voli provenienti da Tel Aviv.
Ad accoglierli non c’erano telecamere, inviati speciali o dirette televisive, ma un imponente schieramento di forze dell’ordine, in divisa e in borghese, a presidiare ogni movimento intorno alle piste.
Sul posto, una quindicina di manifestanti ha documentato la scena, denunciando il silenzio quasi totale della stampa nazionale e dei principali telegiornali delle reti Rai, Mediaset e La7.
Secondo la loro testimonianza, l’operazione si è svolta come se si volesse ridurre al minimo ogni visibilità pubblica, nonostante la presenza di numerosi van con vetri oscurati e pullman pronti a trasferire i passeggeri verso le strutture ricettive.
Van oscurati e resort di lusso: chi c’è dietro quei voli
Nei video girati sul posto, gli attivisti parlano apertamente di militari dell’IDF, l’esercito israeliano, arrivati in Sardegna per trascorrere un periodo di riposo in strutture di lusso come il Forte Village.
Vengono descritti come “assassini” responsabili del massacro di 20.000 bambini e di continui attacchi contro la popolazione civile a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.
Per chi protesta, non si tratta di normali turisti, ma di soldati direttamente coinvolti nelle operazioni militari in corso in Medio Oriente, che scelgono l’Italia come “meta di decompressione” tra una missione e l’altra.
L’immagine che ne emerge è quella di una vacanza blindata: voli dedicati, scorta delle forze dell’ordine, trasferimenti in van oscurati e soggiorni in resort di altissimo livello, lontano dai riflettori e dalle domande scomode.
Una pratica già vista: l’Italia come “zona di decompressione”
Secondo chi denuncia questi arrivi, la scena del 28 maggio non è affatto un caso isolato.
Fenomeni simili sarebbero già avvenuti lo scorso anno e altri arrivi sarebbero previsti nei giorni successivi, configurando un vero e proprio flusso organizzato di militari israeliani verso la Sardegna.
L’interpretazione proposta è chiara: l’Italia viene utilizzata come luogo di decompressione psicologica per soldati impegnati in un conflitto ad altissima intensità, che cercano una parentesi di relax dopo operazioni che generano stress, tra bombardamenti, incursioni e combattimenti urbani.
Ma proprio questo aspetto – la normalizzazione della “pausa vacanza” nel cuore del Mediterraneo – appare eticamente inaccettabile a chi guarda alle immagini di Gaza devastata, alle vittime civili in Libano e alle continue tensioni in Cisgiordania.
Crimini di guerra e responsabilità politiche
L’accusa che gli attivisti rivolgono non si ferma al piano militare, ma tocca direttamente il governo italiano.
Nel momento in cui “tutto il mondo sa” cosa sta accadendo nella Striscia di Gaza e nei territori occupati, consentire a questi militari di entrare e soggiornare indisturbati in Italia viene definito come una forma di complicità politica.
I soldati dell’IDF vengono chiamati “criminali terroristi” e si sostiene che siano responsabili di crimini contro la popolazione palestinese, con particolare riferimento alle migliaia di bambini uccisi nei bombardamenti.
In questo quadro, l’Italia, invece di assumere una posizione chiara a livello diplomatico e internazionale, verrebbe percepita come un luogo accogliente per chi contribuisce a mantenere viva una guerra che gran parte dell’opinione pubblica considera ormai insostenibile.
Il silenzio dell’informazione e la richiesta di una presa di posizione
Uno degli aspetti più contestati è il silenzio dei media mainstream su questi arrivi.
L’assenza di copertura su un’operazione con quattro voli da Tel Aviv, scortati da robuste misure di sicurezza, viene letta come un’ulteriore conferma del filtro con cui l’informazione italiana tratta tutto ciò che riguarda Israele e il conflitto in Medio Oriente.
Di fronte a questo scenario, chi protesta lancia un appello diretto: è necessario prendere una posizione, far sentire la propria voce e impedire che l’Italia diventi un “parco giochi” o un rifugio temporaneo per militari percepiti come protagonisti di una guerra di aggressione.
Non si tratta solo di una questione di politica estera, ma di coerenza con i valori che l’Italia dice di difendere: rispetto dei diritti umani, tutela dei civili, rifiuto dei crimini di guerra e sostegno al diritto internazionale.
In assenza di una risposta istituzionale chiara e di un dibattito pubblico trasparente, il rischio è che questi voli continuino a passare inosservati, mentre la frattura tra opinione pubblica, decisioni di governo e narrazione mediatica si allarga sempre di più.