Trump “vince” in Iran, ma il mondo va in crisi: petrolio bloccato e ambasciate in fiamme
Trump si prende quella che sembra la più grande vittoria militare degli ultimi decenni: guida suprema iraniana eliminata, siti nucleari distrutti, intera Marina annientata “in una notte sola”. Sulla carta è una vittoria totale, ma è qui che inizia il vero incubo: l’Iran non si arrende, chiude lo Stretto di Hormuz – il collo di bottiglia da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale – e minaccia di incendiare qualsiasi nave provi a transitare. Le due più grandi compagnie di navigazione bloccano subito i passaggi, il prezzo del petrolio schizza del 7% in una notte, il più grande terminal GNL del Qatar finisce al buio dopo un attacco iraniano, il Dow Jones perde oltre 1000 punti e il gas comincia già a rincarare. Poi arrivano i contrattacchi: ambasciata USA a Riad colpita da un drone, basi americane sotto attacco in tutto il Medio Oriente, migliaia di cittadini statunitensi bloccati senza un vero piano di evacuazione mentre alla Casa Bianca si limitano a dire “è successo molto velocemente”. Gli alleati prendono le distanze: Londra giura di non aver avuto alcun ruolo, Parigi parla di violazione del diritto internazionale, Russia e Cina si schierano politicamente con Teheran e in Iran un leader religioso dichiara addirittura la guerra santa. Risultato? Trump ha sì colpito Khamenei, le infrastrutture nucleari e la Marina, ma l’Iran ha tagliato il petrolio al mondo, le ambasciate americane bruciano, gli alleati si defilano e il Congresso non è stato nemmeno consultato. Questa non è la fine della minaccia, è l’inizio di una guerra senza piano, in un sistema internazionale che assomiglia sempre più a una giungla: tutti possono attaccare tutti, nella convinzione di potersela giocare e forse anche di vincere. Ed è solo l’inizio: finché lo Stretto di Hormuz resta ostaggio del conflitto, nessuno sa quando – e se – il flusso di petrolio tornerà davvero alla normalità. #iran #israele #usa #guerra