Inchiesta Hydra: il superpentito che può travolgere Lega e Fratelli d’Italia nell’inchiesta Hydra partita da Milano e ora estesa ...Inchiesta Hydra: il superpentito che può travolgere Lega e Fratelli d’Italia
nell’inchiesta Hydra partita da Milano e ora estesa a Roma e Torino, il collaboratore di giustizia Gioacchino Amico – uomo considerato vicino al clan Senese e immortalato in selfie con Giorgia Meloni – sta svuotando il sacco sui rapporti tra mafie del Nord e pezzi della politica di maggioranza.
Nei suoi verbali spuntano riferimenti a esponenti della Lega, contatti con l’ex assessora Monica Rizzi e intercettazioni in cui cita il “caro amico” Nicola Molteni, oggi sottosegretario all’Interno e, paradossalmente, presidente della commissione che decide i programmi di protezione per testimoni e pentiti: lo stesso sistema che dovrebbe proteggere proprio Amico. Molteni nega di conoscerlo, ma il corto circuito istituzionale è evidente e politicamente esplosivo.
Sul fronte Fratelli d’Italia il buco nero si chiama Andrea Del Mastro: il sottosegretario alla Giustizia risulta in società per una bisteccheria a Roma con la famiglia di Mauro Caroccia, già condannato in via definitiva con l’aggravante del metodo mafioso e indicato come legato ai capitali del clan Senese, mentre la procura di Roma indaga per riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
Il procuratore di Roma Lo Voi, ascoltato in Commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo (FdI), ha spiegato che dagli atti su Caroccia e sulla società della “bisteccheria” potrebbero aprirsi nuovi scenari e legami con l’operazione Hydra, ma gran parte dell’audizione è stata secretata, alimentando il sospetto che il “partito della legge e ordine” abbia fatto affari con prestanome dei clan.
Fin dove arriverà l’onda d’urto di Hydra e quanti altri nomi di palazzo finiranno nei verbali del superpentito? Scrivetelo nei commenti e seguite la storia: se crolla questo muro di omertà, può cambiare la mappa dei rapporti tra mafia e politica in Italia.Altro..
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3 maggio alle ore 12:12
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Caso Nicole Minetti: la grazia sul bambino malato ora è una bomba politica Lo scoop di Marco Travaglio sulla grazia concessa da M...Caso Nicole Minetti: la grazia sul bambino malato ora è una bomba politica
Lo scoop di Marco Travaglio sulla grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti ha aperto un caso politico-giudiziario enorme: il Quirinale ha chiesto verifiche urgenti al Ministero della Giustizia, mentre la Procura Generale di Milano parla di “fatti gravissimi” e valuta di cambiare il proprio parere sulla grazia.
Secondo le inchieste del Fatto, la grazia sarebbe stata concessa per consentire alla Minetti di assistere un bambino gravemente malato, presentato come abbandonato e curato all’estero per mancanza di alternative in Italia. Ma i documenti raccolti raccontano altro: il bambino avrebbe genitori identificabili in Uruguay, la madre risulta scomparsa, l’avvocata che la rappresentava è stata trovata morta carbonizzata col marito e negli atti emergono cause intentate dalla Minetti e dal compagno Cipriani per togliere la patria potestà ai genitori biologici.
In più, gli ospedali italiani citati nella richiesta di grazia – Padova e San Raffaele – hanno smentito di aver mai avuto in cura quel bambino o di averne sconsigliato l’operazione, mentre la versione ufficiale parlava proprio di pareri contrari in Italia per giustificare l’intervento a Boston.
Travaglio ricorda anche il passato della Minetti tra bunga bunga, intercettazioni e legami del compagno con gli Epstein files, mettendo in dubbio il racconto della “nuova vita” costruito nella domanda di grazia e puntando il dito su Nordio come ministro che avrebbe accumulato errori su errori, trascinando dentro la vicenda anche la responsabilità politica di Giorgia Meloni.
Intanto la Procura Generale ha ampliato il perimetro delle indagini anche all’Uruguay e annuncia possibili rogatorie internazionali per fare luce su adozione, condizioni del bambino e veridicità delle carte usate per ottenere la grazia.
#politica #politicaitaliana #governo #giorgiameloniAltro..
Dopo 21 ore a Islamabad l’impero americano esce sconfitto: cosa nascondono davvero i negoziati tra USA e Iran (e perché i mercati...Dopo 21 ore a Islamabad l’impero americano esce sconfitto: cosa nascondono davvero i negoziati tra USA e Iran (e perché i mercati tremano)
Il vicepresidente USA JD Vance torna da Islamabad senza accordo con l’Iran, tra veti su Hormuz, telefonate di Netanyahu e la paura che il petrodollaro non sia più intoccabile.
Per 21 ore Washington ha provato a salvare la faccia a Islamabad, ma è tornata a casa a mani vuote mentre Teheran rivendica di aver respinto l’“offerta migliore” americana. Non è solo un fallimento diplomatico: è il segnale che l’ordine mondiale dominato dagli USA sta scricchiolando proprio dove fa più male, tra le rotte del petrolio e il futuro del dollaro.
JD Vance ha guidato la delegazione USA in Pakistan per un round di colloqui diretti con l’Iran, i più intensi degli ultimi anni, durati circa 21 ore senza produrre un accordo di pace.
Gli Stati Uniti hanno presentato quella che Vance ha definito la “migliore e ultima offerta”, chiedendo tra l’altro garanzie sul programma nucleare iraniano e su una de-escalation militare.
Teheran ha rifiutato le condizioni, sostenendo che Washington stesse cercando al tavolo negoziale ciò che non è riuscita a ottenere con la guerra.
Il risultato: niente accordo, una tregua fragile appesa a un filo e una narrativa globale che parla sempre più spesso di “sconfitta” americana.
L’accusa iraniana: “Netanyahu ha dirottato i negoziati”
Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha denunciato pubblicamente che una telefonata del premier israeliano Benjamin Netanyahu a JD Vance, nel pieno dei colloqui, avrebbe cambiato il corso delle trattative.
Secondo Teheran, quella chiamata avrebbe spostato il focus dai nodi USA–Iran agli interessi strategici di Israele, incrinando la possibilità di un compromesso.
Araghchi accusa gli Stati Uniti di aver tentato di “ottenere al tavolo ciò che non hanno ottenuto con la guerra”, facendo percepire la conferenza finale di Vance come una mossa di pura propaganda.
Per l’opinione pubblica iraniana e parte del mondo, l’immagine che passa è quella di un vicepresidente americano che riceve “istruzioni” in diretta da Tel Aviv.
#israele #mediooriente #usa #iran #trump #netanyahuAltro..
Colloqui USA–Iran falliti a Islamabad: perché il muro di Teheran fa tremare Washington e i mercati Raccontiamo i fatti. A Islamab...Colloqui USA–Iran falliti a Islamabad: perché il muro di Teheran fa tremare Washington e i mercati
Raccontiamo i fatti. A Islamabad si sono seduti allo stesso tavolo Stati Uniti e Iran per un negoziato definito “storico”: 21 ore consecutive di colloqui guidati dal vicepresidente americano JD Vance, con l’obiettivo di trasformare la tregua fragile in un accordo più stabile su guerra, sanzioni e Stretto di Hormuz. Alla fine, però, Vance è stato costretto ad ammetterlo pubblicamente: Teheran non ha accettato l’offerta messa sul tavolo da Washington.
La versione ufficiale americana insiste su un punto: l’Iran avrebbe rifiutato garanzie più forti sul non perseguire l’arma nucleare. Ma se si guarda alla sostanza, il vero nervo scoperto è un altro: lo Stretto di Hormuz e il futuro del petrodollaro. In queste settimane Teheran ha dimostrato di poter rallentare o condizionare il passaggio di petrolio e gas da uno dei colli di bottiglia più delicati al mondo, facendo balzare in alto prezzi e nervosismo dei mercati. Per Washington, oggi, evitare che Hormuz venga sigillato e che le transazioni energetiche si spostino in modo stabile verso altre valute vale almeno quanto – se non più – una formula astratta sul nucleare.
Da parte iraniana, il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha mandato messaggi molto chiari nei giorni precedenti: Teheran non accetterà un accordo percepito come una resa mascherata, e ha accusato gli USA di rischiare di “lasciare che Netanyahu uccida la diplomazia”, lasciando intendere che le pressioni israeliane contro qualsiasi compromesso siano ancora fortissime. In questa chiave, a Islamabad l’Iran ha scelto di non firmare: convinto che gli Stati Uniti non abbiano né i soldati per un’invasione, né la volontà politica di spingersi fino a un attacco diretto, Teheran ritiene di poter reggere il braccio di ferro e ottenere condizioni migliori in futuro.
Il risultato concreto, per ora, è questo: i colloqui USA–Iran in Pakistan si chiudono senza accordo, la tregua resta appesa a un filo, la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo continua a dipendere da equilibri fragili e i mercati si preparano a nuove ondate di volatilità su petrolio, gas e trasporti. In altre parole, nessuna pace, solo una pausa negoziale finita nel nulla: e la partita geopolitica tra Washington e Teheran è tutt’altro che chiusa.
#usa #iran #mediooriente #trump #netanyahuAltro..
Sinead O’Connor, il Papa e Epstein: la protesta ignorata che oggi fa ancora più rumore Nel 1992, in diretta al Saturday Night Liv...Sinead O’Connor, il Papa e Epstein: la protesta ignorata che oggi fa ancora più rumore
Nel 1992, in diretta al Saturday Night Live davanti a milioni di spettatori, Sinead O’Connor strappò la foto di Papa Giovanni Paolo II dopo aver cantato a cappella un brano contro gli abusi sui bambini, urlando “Fight the real enemy”, “Combatti il vero nemico”. Quel gesto le costò carissimo: fischi al Madison Square Garden, minacce di morte, boicottaggi e una carriera praticamente distrutta dall’ondata di indignazione pubblica e mediatica che la dipinse come blasfema e folle, senza ascoltare davvero cosa stava denunciando.
O’Connor accusava il sistema della Chiesa cattolica irlandese di coprire abusi sessuali sistematici sui minori, abusi che lei stessa aveva raccontato di aver subito. Solo undici anni dopo, nel 2003, Papa Giovanni Paolo II riconobbe pubblicamente la realtà di una “cultura” di abusi nel clero e la necessità di una risposta più netta, confermando di fatto che l’allarme lanciato dalla cantante non era una provocazione gratuita ma una denuncia anticipatrice di un problema reale e strutturale.
viene ricordato anche un dettaglio emerso molti anni dopo: tra le foto rese note dagli inquirenti nell’appartamento newyorkese di Jeffrey Epstein, il finanziere al centro di una rete globale di abusi e traffici sessuali, compare uno scatto che lo ritrae con Ghislaine Maxwell accanto a Papa Giovanni Paolo II, immagine poi circolata anche sui media internazionali e usata come simbolo di una certa promiscuità tra potere religioso e potere finanziario. Il montaggio suggerisce così un filo rosso tra il “vero nemico” evocato da Sinead, la lentezza con cui gli scandali di abuso sono stati riconosciuti e la fitta rete di relazioni che ha circondato figure come Epstein.
In sintesi, il caso Sinead O’Connor–Papa–Epstein viene usato nel video per mostrare come una denuncia scomoda possa essere schiacciata per decenni dall’opinione pubblica e dai media, salvo poi risultare tragicamente fondata quando ormai è troppo tardi sia per le vittime sia per chi aveva avuto il coraggio di parlare per primo.
#jeffreyepstein #epsteinfiles #libertàdistampaAltro..
ecco perché dobbiamo dire basta soldi ai giornali In TV c’è chi riesce a dire, nella stessa manciata di secondi, che “l’attacco a...ecco perché dobbiamo dire basta soldi ai giornali
In TV c’è chi riesce a dire, nella stessa manciata di secondi, che “l’attacco all’Iran è una buona notizia” e che la guerra sta facendo salire benzina, petrolio e cherosene colpendo direttamente consumatori e cittadini. Da un lato applausi a Trump e Netanyahu per il “coraggio bellico”, dall’altro ammissione che saremo noi a pagare il conto alla pompa di carburante e in bolletta: se non è contraddizione questa, cos’è.
Il problema è che queste non sono chiacchiere da bar, ma il racconto pubblico di chi occupa studi televisivi e colonne di giornali che da anni incassano milioni di euro in finanziamenti diretti e indiretti dallo Stato, cioè da tutti noi. Mentre famiglie e imprese fanno i conti con il caro carburanti e la paura di nuovi rincari energetici, c’è chi si permette di definire “buona notizia” un’operazione militare che aumenta il rischio di guerra allargata e di crisi energetica globale.
Dire “Basta soldi ai giornali” significa smettere di finanziare con denaro pubblico chi tifa per la guerra e poi piange, a favore di telecamera, perché il prezzo della benzina sale e i cittadini vengono colpiti. Se un opinionista vuole ringraziare governi stranieri per un attacco che rischia di incendiare il Medio Oriente e mettere in crisi le nostre tasche, lo faccia pure: ma senza chiedere ai contribuenti italiani di pagargli il microfono con cui lo dice.
#italia #politica #politicaitaliana #governo #libertàdistampa #bastasprechi #soldipubblici #giornaliAltro..
Rischio blackout energetico: perché l’Italia è appesa a un filo (e nessuno ce lo dice davvero) Viviamo in un Paese dove basta una...Rischio blackout energetico: perché l’Italia è appesa a un filo (e nessuno ce lo dice davvero)
Viviamo in un Paese dove basta una guerra nel Golfo, una crisi del gas o una linea ad alta tensione che salta per far tornare la parola “blackout” sulle prime pagine, ma solo per qualche ora, giusto il tempo di un titolo. Il rischio blackout energetico in Italia non è fantascienza: dipendiamo ancora da rotte fragili per gas e petrolio, da centrali vecchie e da una rete elettrica che deve reggere contemporaneamente condizionatori, pompe di calore, auto elettriche e industrie energivore.
Ogni volta che esplode una crisi internazionale, lo vediamo subito alla pompa di benzina e nelle bollette, ma nessuno ha il coraggio di dirlo fino in fondo: se salta un pezzo della catena energetica globale, l’interruttore rischia di spegnersi a casa nostra, non in un manuale di geopolitica. E mentre si regalano miliardi in armi e grandi opere inutili, si rinviano gli investimenti su reti intelligenti, rinnovabili diffuse, accumuli e piani seri di efficienza energetica che ridurrebbero davvero il rischio di blackout.
Parlare oggi di rischio blackout energetico non è allarmismo, è realismo: o l’Italia decide di prendersi sul serio la propria sicurezza energetica, diversificando le fonti e modernizzando la rete, oppure continueremo a vivere con la paura che un missile lanciato a migliaia di chilometri di distanza spenga la luce nel nostro salotto.
#blackout #energia #crisiEnergetica #guerra #geopolitica #bollette #giorgiameloniAltro..
Tregua tra Iran e USA: davvero finita la paura di guerra e benzina alle stelle? USA e Iran hanno accettato una tregua di due sett...Tregua tra Iran e USA: davvero finita la paura di guerra e benzina alle stelle?
USA e Iran hanno accettato una tregua di due settimane e una riapertura parziale di Hormuz. Cosa cambia davvero per guerra, carburanti e rischi per l’Italia.
Dopo settimane di missili, droni e paura di una guerra totale in Medio Oriente, Stati Uniti e Iran hanno accettato una tregua di due settimane mediata da vari Paesi, con un cessate il fuoco e un parziale allentamento delle tensioni sullo Stretto di Hormuz. È una pausa che arriva dopo gli attacchi congiunti USA–Israele sul territorio iraniano e le ritorsioni di Teheran contro infrastrutture militari, data center e depositi di carburante nel Golfo, che hanno fatto tremare i mercati energetici e i governi di mezzo mondo.
Per ora la tregua ha un effetto soprattutto psicologico: il solo annuncio di un cessate il fuoco e di una riapertura controllata delle rotte nello Stretto di Hormuz ha raffreddato le speculazioni su petrolio e gas, allontanando – almeno temporaneamente – lo scenario da incubo di navi bloccate e prezzi di carburanti fuori controllo. Ma gli analisti ricordano che si tratta di un accordo fragile, limitato nel tempo, che non risolve le questioni di fondo: programma nucleare iraniano, ruolo di Israele, sanzioni economiche, controllo dei choke point energetici.
Per l’Italia e per l’Europa questa tregua è una boccata d’ossigeno più che una soluzione definitiva: riduce il rischio immediato di shock energetici e permette qualche settimana di respiro a famiglie, imprese e bilanci pubblici già provati da anni di crisi e rialzi. Ma finché la sicurezza delle rotte del Golfo e di Hormuz resterà appesa agli umori di Washington e Teheran, continueremo a vivere con la spada di Damocle dei conflitti sul prezzo di benzina, gas e inflazione.
#mediooriente #usa #iranAltro..
Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico a chi sogna barche affondate e insulta i poveri In TV abbiamo ascoltato un di...Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico a chi sogna barche affondate e insulta i poveri
In TV abbiamo ascoltato un direttore di giornale dire testualmente: “Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela”, parlando della Flotilla diretta verso Gaza. Non è uno sfogo da social qualsiasi, ma la voce di chi guida una testata che ogni anno incassa contributi pubblici, dentro un sistema di finanziamento all’editoria che vale decine e decine di milioni di euro l’anno a carico dei contribuenti.
Sono gli stessi giornali che, quando si parla di reddito di cittadinanza o di sostegni alla povertà, titolano “fannulloni sul divano”, “la pacchia è finita”, “orfanelli di Conte”, descrivendo migliaia di persone in difficoltà come parassiti che vivono alle spalle dello Stato. Ma se a vivere di soldi pubblici sono le loro redazioni, allora il denaro diventa “pluralismo” e “informazione libera”, anche quando in studio si invoca l’affondamento di navi umanitarie o si fa il tifo aperto per una delle parti in guerra.
Dire “Basta soldi ai giornali” non significa zittire la stampa, ma smettere di finanziare con denaro pubblico chi usa le prime pagine per colpire i poveri in casa nostra e difendere senza dubbi blocchi, bombardamenti e blocchi navali all’estero. Se un quotidiano vuole fare campagna contro il reddito di cittadinanza, contro le ONG o contro le missioni umanitarie, deve farlo con i soldi dei suoi lettori, non con quelli di chi a fine mese fatica a pagare affitto, bollette e spesa.
Un vero pluralismo dell’informazione non ha bisogno di giornali mantenuti a vita dalle casse dello Stato, ma di testate che rispondono ai cittadini, non ai sussidi. Per questo la battaglia “Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico per chi insulta i poveri” non è uno slogan di pancia, è una richiesta di coerenza: chi si sente abbastanza forte da giudicare la vita degli altri, abbia almeno il coraggio di farlo senza vivere dei loro soldi.
https://bastasoldiaigiornali.it/
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Crisi energetica e bollette 2026: quanto costerà l’estate agli italiani? L’Italia è entrata in una fase delicata della crisi ener...Crisi energetica e bollette 2026: quanto costerà l’estate agli italiani?
L’Italia è entrata in una fase delicata della crisi energetica 2026, con gas e luce che rischiano di schizzare ancora di più nel secondo trimestre. Secondo le ultime stime, per l’energia elettrica si prevede un aumento medio dell’8,1%, mentre il gas potrebbe rincarare di circa 19,2% su base mensile nel secondo trimestre dell’anno.
Questo scenario dipende soprattutto dalla guerra in Medio Oriente, dai rincari globali del petrolio e dalla forte dipendenza energetica dell’Italia, che continua a importare circa il 75% del proprio fabbisogno netto. In un contesto del genere, il governo ha deciso di rivedere il piano sul carbone, mantenendo alcune centrali a carbone utilizzabili fino al 2038 per evitare blackout e collasso delle reti.
Bollette più salate e inflazione in salita
L’effetto immediato per le famiglie italiane sarà un caro bollette più marcato rispetto agli anni scorsi, soprattutto per chi è ancora esposto a offerte indicizzate o variabili. Ogni incremento di 10 euro/MWh sul gas si traduce in una spinta inflattiva diretta su molti beni di consumo, dall’alimentare ai trasporti.
Per questo, in molti si stanno chiedendo se convenga:
bloccare la fornitura con un contratto a prezzo fisso,
puntare su bonus energia e riduzione dei consumi,
valutare investimenti su pompe di calore o pannelli solari per ridurre dipendenza dalle reti.
Economia italiana 2026: crescita lenta ma bollette esplosive
Parallelamente, l’economia italiana mostra segnali di crescita moderata, ma la fase di rallentamento rende i rincari energetici ancora più pesanti per famiglie e imprese. Secondo le ultime proiezioni, il PIL 2026 si aggira intorno a uno 0,5–0,6%, con un’inflazione che resta sopra la soglia del 2–2,5%, prima di un ipotetico rientro.
Per le imprese, la combinazione di costi energetici elevati, pressione fiscale e incertezza sui rifornimenti sta diventando un fattore critico, soprattutto per l’industria manifatturiera e l’agroalimentare.
Cosa aspettarsi in Italia nel 2026
Tra crisi energetica, referendum annunciati e possibili anticipi elettorali già dal 2027, il 2026 sembra l’anno in cui il mix energia‑politica diventerà centrale per il dibattito pubblico. Mentre Boloniak continua a rafforzarsi sul fronte diplomatico nel Golfo, il governo italiano deve cercare un equilibrio tra sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e sostenibilità delle bollette per milioni di cittadini.
#politica #conflitto #geopolitica #governo #cronacaitaliana #politicaitaliana #giorgiameloniAltro..
Basta miliardi a banche e giornali amici: ci dicono che non ci sono soldi, ma i milioni per loro si trovano sempre Quando si trat...Basta miliardi a banche e giornali amici: ci dicono che non ci sono soldi, ma i milioni per loro si trovano sempre
Quando si tratta di aiutare famiglie, disabili e lavoratori “non ci sono fondi”. Ma per salvare banche, finanziare giornali che insultano i poveri e stipendi d’oro ai politici, i soldi saltano sempre fuori. È ora di dire basta.
Ci raccontano ogni giorno che “i soldi non ci sono”: non ci sono per aumentare stipendi da fame, non ci sono per la sanità al collasso, non ci sono per aiutare chi non arriva a fine mese.
Eppure, quando c’è da salvare banche decotte, foraggiare giornali schierati col potente di turno o garantire privilegi e pensioni d’oro alla politica, i milioni di denaro pubblico spuntano come per magia.
I media che campano grazie ai contributi dello Stato passano le giornate a dare lezioni di morale a chi prende poche centinaia di euro di sussidio, dipingendo i poveri come “fannulloni” e “parassiti”, mentre nessuno osa toccare i veri privilegi.
Chi alza la voce contro questi sprechi viene etichettato come “populista”, “estremista”, “nemico della democrazia”. Ma la vera democrazia non è forse quella in cui i soldi pubblici vengono usati per scuola, sanità, trasporti, sicurezza e lavoro, invece che per tenere in piedi giornali falliti e apparati di potere?
Se davvero “siamo tutti sulla stessa barca”, perché alcuni remano mentre altri banchettano sul ponte con i soldi di tutti?
Prima di chiedere altri sacrifici a chi non ha più nulla da tagliare, bisognerebbe azzerare sprechi, privilegi e finanziamenti pubblici a chi ha già riempito le tasche per anni.
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“Tu che ne pensi: continueremo a pagare per chi ci prende in giro o è ora di dire basta?”
#bastasprechi #soldipubblici #giornali #politica #poveri #italia #libertàdistampa #governo #politicaitalianaAltro..
“Campagna pro Israele” coi soldi pubblici: perché è ora di dire basta soldi ai giornali Un direttore che, davanti alle telecamere...“Campagna pro Israele” coi soldi pubblici: perché è ora di dire basta soldi ai giornali
Un direttore che, davanti alle telecamere, rivendica con orgoglio di aver fatto “una campagna pro Israele” sulla guerra a Gaza, perché “stiamo dalla parte giusta” e “il diritto internazionale non c’entra”. Non è un opinionista qualsiasi: è uno di quei giornali che ogni anno incassa milioni di euro tra contributi diretti e agevolazioni pubbliche, pagati da tutti i cittadini, indipendentemente da cosa pensano del conflitto in Medio Oriente.
Il punto non è vietare le opinioni, ma smascherare l’ipocrisia di un sistema in cui le testate si presentano come arbitri neutrali dell’informazione, mentre loro stessi ammettono di aver costruito “una campagna”, cioè una narrazione militante, a favore di una delle parti in guerra. E quella campagna, piaccia o no, è stata finanziata anche con soldi di chi crede nel diritto internazionale, di chi chiede rispetto per i civili sotto le bombe, di chi non accetta che la propaganda venga spacciata per cronaca.
Dire “basta soldi ai giornali” significa proprio questo: smettere di usare denaro pubblico per sostenere media che, invece di informare, si schierano apertamente in guerra, trasformando il pluralismo in megafono di una sola versione dei fatti. Se un giornale vuole fare campagne pro Israele, pro Gaza, pro chiunque, è libero di farlo, ma senza chiedere al contribuente di pagare il conto: che siano i lettori, con gli abbonamenti e le copie vendute, a decidere se quella linea editoriale merita di sopravvivere sul mercato.
“Perdite di rete” in bolletta: perché paghiamo anche l’energia che non arriva mai al contatore Nella bolletta elettrica italiana ...“Perdite di rete” in bolletta: perché paghiamo anche l’energia che non arriva mai al contatore
Nella bolletta elettrica italiana esiste una voce chiamata “perdite di rete”: copre l’energia dispersa sui cavi e viene stabilita da Arera, incidendo fino a circa il 10% dei consumi in bassa tensione.
Nelle bollette elettriche italiane compare una voce poco intuitiva ma reale: la “quota per perdite di rete”, inclusa all’interno della più ampia “spesa per il trasporto e la gestione del contatore”. Si tratta del costo legato all’energia che si disperde lungo le reti di trasmissione e distribuzione prima di arrivare al contatore del cliente, una perdita tecnica che l’Autorità di regolazione (Arera) quantifica tramite coefficienti standard e ripartisce su tutti gli utenti finali.
Per le forniture domestiche in bassa tensione, i parametri di riferimento indicano perdite intorno al 10% dell’energia trasportata: significa che, a fronte di 1.000 kWh effettivamente consumati, la bolletta può essere calcolata su circa 1.100 kWh per tenere conto di questa quota sistemica. Questi valori non sono decisi dalle singole compagnie elettriche, ma fissati dall’Arera e applicati in modo uniforme a tutti gli operatori, che li inseriscono nelle condizioni economiche dei contratti e nelle voci regolamentate della fattura.
È corretto quindi dire che il cliente contribuisce anche al costo dell’energia che si disperde lungo la rete, ma non si tratta di un “prelievo fantasma” nascosto: la voce è presente in bolletta, fa parte delle componenti regolate e può essere verificata nel dettaglio nella sezione dedicata al trasporto e gestione del contatore. Chi ritiene che la propria bolletta sia anomala o contenga errori sui consumi complessivi può comunque presentare un reclamo formale al proprio fornitore e, se necessario, rivolgersi agli strumenti di conciliazione previsti da Arera per contestare gli importi, ma non esistono scorciatoie automatiche o moduli standard per “azzerare per legge” questa componente.
#cronacaitaliana #giorgiameloni #governo #politicaitalianaAltro..
Le Guardie rivoluzionarie iraniane dichiarano 18 big tech, tra cui Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e Amazon, “obiettivi l...Le Guardie rivoluzionarie iraniane dichiarano 18 big tech, tra cui Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e Amazon, “obiettivi legittimi” in Medio Oriente dopo gli attacchi con droni.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno pubblicato un elenco di 18 grandi aziende considerate “obiettivi militari legittimi” in Medio Oriente, nel pieno dell’escalation di tensioni con Stati Uniti e alleati nella regione del Golfo. Nella lista compaiono giganti tecnologici come Apple, Google (Alphabet), Microsoft, Meta, Nvidia, Tesla, Intel, IBM, Dell, Oracle, HP, Cisco, Palantir, General Electric, il colosso bancario JPMorgan e la società emiratina G42, accusati da Teheran di aver fornito tecnologie e sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per localizzare e uccidere comandanti iraniani.
Secondo i comunicati diffusi dai media vicini all’IRGC, dipendenti e civili sono stati invitati ad allontanarsi dalle strutture di queste aziende nel Golfo Persico e nell’area mediorientale, con l’indicazione di un orario preciso di inizio della “finestra di rischio” a partire dalla serata del 1° aprile. Il messaggio iraniano è chiaro: non saranno presi di mira solo obiettivi militari tradizionali, ma anche data center, infrastrutture digitali e sedi operative dei colossi tech occidentali coinvolti nella rete di supporto logistico e di intelligence degli Stati Uniti nella regione.
La minaccia arriva dopo una serie di attacchi con droni rivendicati o attribuiti all’Iran: a inizio marzo sono stati danneggiati tre data center di Amazon Web Services, due negli Emirati Arabi Uniti e uno in Bahrain, considerati da Teheran parte dell’infrastruttura digitale a servizio delle forze USA. Il 31 marzo un nuovo raid ha colpito i serbatoi di carburante dell’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando un vasto incendio nell’area fuel senza causare vittime, ma confermando il salto di qualità della guerra dei droni nel cuore delle rotte energetiche mondiali.
La decisione di mettere nero su bianco i nomi di Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Tesla e degli altri colossi segna un ulteriore passo verso la militarizzazione del cyberspazio e delle infrastrutture digitali nel Golfo, con potenziali conseguenze pesanti per la sicurezza di data center, cavi sottomarini, server farm e sedi regionali delle multinazionali. In questo scenario, le aziende tecnologiche diventano a tutti gli effetti attori di un conflitto ibrido che non riguarda più solo Stati e eserciti, ma anche piattaforme cloud, servizi AI e infrastrutture su cui si appoggiano ogni giorno milioni di utenti e migliaia di imprese in tutto il mondo.
#mediooriente #iran #guerramediooriente #appleAltro..
Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico per chi insulta i poveri ma vive di sussidi di Stato Ogni anno centinaia di m...Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico per chi insulta i poveri ma vive di sussidi di Stato
Ogni anno centinaia di milioni di euro di soldi pubblici finiscono nelle casse dei grandi giornali, sempre gli stessi, sempre i soliti noti. Non parliamo di spiccioli, ma di un sistema di contributi diretti, crediti d’imposta e agevolazioni che da vent’anni tiene in piedi interi gruppi editoriali che sul mercato, da soli, non reggerebbero.
Il paradosso è che spesso sono proprio questi giornali – quelli che campano da decenni con soldi nostri – ad attaccare chi chiede un reddito di sostegno in una fase di povertà, dipingendo i beneficiari come “fannulloni da divano” che non vogliono lavorare. Chi prende il reddito viene trattato come un parassita, mentre gli editori che incassano milioni a fondo pubblico vengono descritti come paladini del “pluralismo” e dell’“informazione libera”.
Così come è costruito oggi, il finanziamento pubblico all’editoria è diventato un gigantesco privilegio a tempo indeterminato: risorse concentrate su poche testate, poca trasparenza, controlli deboli e un sistema che tende a proteggere chi è già forte, non chi fa davvero informazione indipendente. Non è un aiuto al giornalismo, è un paracadute permanente per direttori e gruppi editoriali che vediamo ogni giorno nei talk show a dettare la linea del dibattito pubblico.
Per questo nasce la campagna “Basta soldi ai giornali”, con una raccolta firme per un referendum che chiede di abolire l’attuale sistema di finanziamento pubblico ai giornali e restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi informare con il proprio portafoglio. Se i giornali vogliono davvero essere liberi, inizino a vivere delle copie vendute e degli abbonamenti, non delle sovvenzioni dello Stato che poi non esitano a criticare quando il destinatario non è un editore, ma una famiglia in difficoltà.
Trump fugge la leva e insulta gli alleati: chi sono i veri codardi nella NATO? Ha evitato la leva obbligatoria con un comodo cert...Trump fugge la leva e insulta gli alleati: chi sono i veri codardi nella NATO?
Ha evitato la leva obbligatoria con un comodo certificato medico per “problemi ai piedi” e oggi si permette di dare dei codardi ai militari italiani, tedeschi, francesi e inglesi che avrebbero “speso troppo poco” per la difesa comune e sarebbero rimasti nelle retrovie. Parliamo di Donald Trump, che durante il Vietnam ottenne una discussa esenzione per speroni ossei, mentre ora pretende di impartire lezioni di coraggio a chi in Bosnia, in Afghanistan e in altri teatri di guerra c’è andato davvero, spesso fianco a fianco con i soldati americani.
Nel 1995, per stabilizzare la Bosnia, i soldati europei erano numericamente paragonabili a quelli statunitensi, e la spesa complessiva dell’operazione fu condivisa tra gli alleati NATO. Eppure, nel racconto trumpiano, l’Europa è sempre “parassita”, sempre in debito, sempre da rimproverare perché non raggiunge abbastanza velocemente l’obiettivo del 2% (e ora addirittura del 5%) del PIL in spesa militare. Così il dibattito sull’alleanza atlantica si trasforma in un gigantesco scaricabarile, dove chi ha schivato il fronte si permette di pontificare a chi il fronte lo ha visto davvero.
Il punto non è essere “contro” l’America, ma smettere di accettare in silenzio questa narrativa tossica in cui gli europei – italiani compresi – vengono usati come bancomat politico: prima si viene umiliati pubblicamente per le spese militari, poi si firma senza fiatare per aumentare le percentuali di PIL da destinare alle armi. Se c’è un tema di coraggio, allora il vero atto di coraggio oggi non è alzare la voce contro gli alleati europei, ma dire una volta per tutte che l’Italia non è la fanteria di riserva di chi la guerra l’ha evitata a colpi di certificati, e che rispetto reciproco significa anche riconoscere ciò che i nostri soldati hanno fatto e pagato sul campo
#nato #trump #jeffreyepstein #guerraAltro..
Conte criticava gli USA, il governo Meloni si inchina: doppio standard sull’alleanza con l’America In aula abbiamo sentito di tut...Conte criticava gli USA, il governo Meloni si inchina: doppio standard sull’alleanza con l’America
In aula abbiamo sentito di tutto: accuse a Conte di “antiamericanismo di facciata” e di pranzo segreto con l’emissario di Trump, come se fosse un tradimento improvviso delle sue posizioni. La realtà è un po’ diversa: Conte con gli Stati Uniti ha sempre parlato guardandoli negli occhi, anche per dire cosa non andava del governo americano, dagli attacchi all’Iran giudicati contrari al diritto internazionale all’uso delle basi italiane per operazioni che mettono a rischio il nostro Paese.
Quel pranzo a Roma con l’inviato di Trump non è stato un inchino, ma l’occasione per ribadire che l’Italia non può essere un semplice benzinaio di basi e bombe: Conte ha rivendicato il no all’uso delle basi italiane per bombardare l’Iran e ha ricordato che un alleato vero può e deve criticare quando si oltrepassano i limiti del diritto internazionale. Mentre lo attaccano per aver detto in faccia a Washington ciò che non condivide, il governo Meloni firma impegni per portare la spesa militare fino al 5% del PIL e si vanta della “massima coerenza” atlantista, cioè di una fedeltà totale alla linea NATO e USA, a prescindere dai costi economici e politici per gli italiani.
Qui sta il vero doppio standard: chi dialoga con l’America mettendo sul tavolo anche i no viene dipinto come incoerente, chi aumenta di decine di miliardi le spese militari, apre le basi, accetta ogni richiesta dell’Alleanza viene celebrato come campione di responsabilità. Conte non ha mai chiesto di uscire dall’Occidente: ha chiesto che l’Italia smetta di stare in ginocchio, che difenda i propri interessi nazionali anche di fronte agli Stati Uniti, mentre l’attuale governo si limita a battere i tacchi e a raccontare come “coerenza” quella che sembra, sempre di più, semplice subalternità.
#sovranita #giorgiameloni #politicaitalianaAltro..
Cozze crude a Napoli in prima pagina, salmonella in Veneto nel silenzio: il doppio standard Nord‑Sud che avvelena l’Italia Ma dav...Cozze crude a Napoli in prima pagina, salmonella in Veneto nel silenzio: il doppio standard Nord‑Sud che avvelena l’Italia
Ma davvero vogliamo continuare a far finta di niente? In questi giorni l’epidemia di epatite A legata al consumo di cozze crude a Napoli è ovunque: titoloni allarmistici, servizi TV, talk show, ordinanze, commenti moralisti su “come mangiano al Sud”. Intanto, quando in Veneto si è registrato un focolaio di salmonella con 18 casi confermati tra Padova, Treviso, Venezia e Rovigo, la notizia è passata quasi sotto traccia, confinata a qualche cronaca locale e a poche righe sui siti regionali.
Zero indignazione nazionale, zero caccia al “colpevole geografico”, zero narrazione tossica su un Nord “sporco e arretrato”. Eppure parliamo di fatti concreti: un focolaio di salmonella legato a una partita di alimenti contaminati e, dall’altra parte, centinaia di casi di epatite A in Campania e nel Lazio, con ordinanze che vietano il consumo di frutti di mare crudi. Le responsabilità sanitarie e di controllo esistono ovunque, al Nord come al Sud: non sono una leggenda metropolitana, ma materia da indagini serie e trasparenti.
Il problema è il racconto. Quando succede qualcosa al Sud diventa subito “questione culturale”: si parla di inciviltà, fatalismo, illegalità diffusa, come se virus e batteri avessero la residenza in Campania e nel Mezzogiorno. Se lo stesso accade al Nord, invece, è “un caso”, “una sfortunata coincidenza”, una parentesi da chiudere in fretta per non intaccare l’immagine di efficienza e sicurezza. Non è più informazione, è selezione: non è cronaca, è propaganda geografica.
Finché accettiamo questo doppio standard mediatico, continueremo a dividerci tra italiani di serie A e italiani di serie B, invece di pretendere la stessa cosa ovunque: verità sui dati, controlli seri sulla filiera alimentare, responsabilità chiare quando qualcosa non funziona. Non servono più titoli che criminalizzano il Sud o minimizzano il Nord, servono informazione onesta e lo stesso metro di giudizio da Bolzano a Palermo. Il resto è solo un modo comodo per cambiare argomento e non affrontare il vero tema: la sicurezza alimentare in Italia non è una questione di latitudine, ma di controlli, prevenzione e trasparenza per tutti.Altro..
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anna_neri
1 aprile alle ore 13:02
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Sigonella, altro che stop agli USA: Crosetto smentisce, “le basi restano a disposizione degli americani” Ci avevano raccontato la...Sigonella, altro che stop agli USA: Crosetto smentisce, “le basi restano a disposizione degli americani”
Ci avevano raccontato la favola dell’Italia “sovrana” che chiude le porte di Sigonella agli Stati Uniti, ma il risveglio è stato brusco. Guido Crosetto è intervenuto in prima persona per chiarire che no, il nostro Paese non ha affatto sospeso l’uso delle basi americane: “È falso, le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”.
Tradotto: c’è stato un singolo “no” a due aerei USA su Sigonella perché mancava la richiesta formale prevista dai trattati, ma l’impianto generale resta lo stesso di sempre. Nessuna svolta storica, nessuna linea rossa, nessuna messa in discussione della presenza militare statunitense: Palazzo Chigi e il ministro della Difesa ribadiscono che l’Italia continua a garantire accesso, basi e diritti di sorvolo alle forze USA “nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti”.
#sigonella #usa #medioorienteAltro..
Libano, uccisi 4 soldati israeliani nel sud del Paese e truppe cecene pronte a schierarsi con l’Iran Quattro soldati israeliani u...Libano, uccisi 4 soldati israeliani nel sud del Paese e truppe cecene pronte a schierarsi con l’Iran
Quattro soldati israeliani uccisi nel sud del Libano secondo l’esercito di Tel Aviv. Truppe cecene annunciano disponibilità a schierarsi con l’Iran in caso di invasione USA.
Secondo le fonti ufficiali israeliane, quattro soldati dell’esercito di Tel Aviv sono stati uccisi nel sud del Libano durante scontri con le forze di Hezbollah e altre milizie presenti nell’area di confine. La notizia è stata confermata da più testate internazionali e rientra nell’escalation del conflitto lungo la frontiera libanese, dove l’esercito israeliano sta conducendo operazioni terrestri sempre più profonde rispetto alle settimane precedenti.
Le autorità militari israeliane hanno reso noto che, oltre ai quattro caduti, si registrano anche alcuni feriti, mentre proseguono bombardamenti e scambi di artiglieria tra le due parti. Le cifre sulle perdite di mezzi corazzati e sulle vittime tra i militari restano oggetto di valutazioni contrastanti, ma al momento i numeri ufficiali diffusi da Israele parlano di quattro soldati uccisi in questo specifico episodio nel sud del Libano.
Parallelamente, diverse fonti mediatiche riportano che unità militari cecene, fedeli al leader Ramzan Kadyrov e inquadrate nelle forze della Federazione Russa, hanno espresso la propria disponibilità a schierarsi al fianco dell’Iran nel caso gli Stati Uniti decidessero di lanciare un’invasione terrestre contro Teheran. Si tratta di dichiarazioni rese pubbliche attraverso media vicini a Mosca e alla Repubblica cecena, che per ora parlano di “prontezza al dispiegamento” e non di un invio già effettivo di truppe sul territorio iraniano.
Questi sviluppi confermano come il conflitto in Medio Oriente rischi di allargarsi oltre i confini di Israele e Libano, coinvolgendo attori regionali e potenze esterne, con il rischio di una ulteriore destabilizzazione dell’area. In questo contesto, la morte dei quattro soldati israeliani nel sud del Libano e le dichiarazioni delle truppe cecene a sostegno dell’Iran rappresentano due tasselli di una crisi in rapida evoluzione, seguita con attenzione da governi e organizzazioni internazionali.
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