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sodomagrande
31 marzo alle ore 15:45
Napoli, Vomero: autorimessa scoperta con allaccio abusivo alla rete pubblica per ricaricare auto elettriche Scoperta a Napoli, nel quartiere Vomero,... Napoli, Vomero: autorimessa scoperta con allaccio abusivo alla rete pubblica per ricaricare auto elettriche
Scoperta a Napoli, nel quartiere Vomero, un’autorimessa con colonnine per auto elettriche alimentate da un allaccio abusivo alla rete pubblica. Tre denunciati e garage sospeso.
Nel cuore del quartiere Vomero a Napoli, un’autorimessa privata è finita nel mirino delle forze dell’ordine per un allaccio abusivo alla rete elettrica pubblica utilizzato per illuminare i locali e ricaricare veicoli elettrici. Durante un controllo in zona piazza degli Artisti, i carabinieri – con il supporto della polizia locale – hanno scoperto che l’energia veniva prelevata direttamente dalla rete, senza alcun contatore a registrare i consumi.
All’interno dell’autorimessa erano installate colonnine di ricarica per auto elettriche collegate irregolarmente all’impianto, ma il servizio veniva comunque offerto ai clienti a pagamento, generando così un doppio illecito: furto di energia elettrica e incassi ottenuti sfruttando un allaccio non autorizzato. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, l’autorimessa operava anche senza Scia, senza insegna autorizzata e senza passo carrabile regolare, in violazione delle norme amministrative e di sicurezza.
Per i tre responsabili della gestione della struttura è scattata la denuncia a piede libero, oltre alle sanzioni amministrative per un totale di circa 1.770 euro e alla sospensione dell’attività fino al ripristino della conformità normativa. Il caso del garage del Vomero riaccende i riflettori sui controlli nel settore della sosta privata e sulle condizioni di sicurezza delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici, evidenziando la necessità di impianti a norma e autorizzazioni regolari per offrire servizi di ricarica nel pieno rispetto della legge.
Russia sfida l’embargo di Trump la petroliera Anatoly Kolodkin porta 100.000 tonnellate a Cuba La crisi energetica di Cuba entra... Russia sfida l’embargo di Trump la petroliera Anatoly Kolodkin porta 100.000 tonnellate a Cuba
La crisi energetica di Cuba entra in una nuova fase con l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin nel porto di Matanzas, carica di 100.000 tonnellate di greggio classificato come aiuto umanitario. La nave, parte della cosiddetta “shadow fleet” russa e già sotto sanzioni statunitensi, è stata comunque lasciata passare dalla Guardia Costiera USA nonostante i mesi di vero e proprio blocco petrolifero imposto da Washington contro l’isola.
A gennaio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che prevede dazi straordinari contro qualsiasi paese venda o fornisca petrolio a Cuba, alzando ulteriormente la pressione economica sul governo cubano. Nonostante ciò, su questo specifico carico il presidente ha dichiarato di “non avere problemi” se un paese, come la Russia, decide di inviare petrolio a Cuba, spiegando che “la gente ha bisogno di calore e di tutte le altre cose”, mentre continua a definire Cuba “una nazione che sta fallendo”.
Mosca, dal canto suo, parla apertamente di “carico umanitario” e lascia intendere che questa petroliera possa essere solo il primo passo di un sostegno energetico più ampio verso l’isola caraibica, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato dalle forniture venezuelane e dal blocco statunitense. In un contesto di blackout ricorrenti, ospedali rallentati e oltre dieci milioni di persone colpite dalle interruzioni di corrente, l’arrivo dell’Anatoly Kolodkin non è solo una notizia di cronaca, ma un nuovo capitolo nella partita geopolitica tra Stati Uniti, Russia e Cuba nel cuore dei Caraibi.
#hastatoputin #usa continua a leggere
Ciclone Harry e fondi bloccati: perché il Sud si sente tradito da Roma (e dal Nord) La Sicilia è stata... Ciclone Harry e fondi bloccati: perché il Sud si sente tradito da Roma (e dal Nord)
La Sicilia è stata devastata dal ciclone Harry, con danni stimati in circa 2 miliardi di euro tra case, imprese e infrastrutture. L’Assemblea regionale ha approvato all’unanimità una legge per stanziare 40,8 milioni di euro di ristori, soldi presi dal bilancio della stessa Regione e destinati alle attività più colpite. Il Consiglio dei ministri però ha deciso di impugnare quella norma davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo che alcune misure eccedono le competenze regionali e violano l’articolo 117 della Costituzione.
Questo blocco ha fatto esplodere la rabbia nel Mezzogiorno, anche perché il confronto con quanto accaduto in Emilia‑Romagna è impietoso. Dopo l’alluvione del 2023 il governo ha dichiarato subito lo stato di emergenza, nominato un commissario, stanziato miliardi per la ricostruzione e poi aggiunto altri 30 milioni per garantire pagamenti rapidi agli alluvionati. Quando il disastro colpisce il Nord, la macchina statale si muove con forza e continuità; quando colpisce il Sud, perfino i fondi messi dalla Regione vengono fermati da Roma in attesa di giudizio.
Su questo squilibrio materiale si innesta un racconto mediatico spesso ostile. Commentatori e politici presentano il Nord come “Italia produttiva” e il Sud come “Italia assistita”, ma i dati dei Conti pubblici territoriali e della Ragioneria generale dicono altro: negli ultimi anni al Mezzogiorno sono arrivati molti meno investimenti pubblici di quelli previsti, con una spesa in conto capitale inferiore di circa 15 miliardi nel solo 2023 rispetto alla quota che spetterebbe per popolazione. Alcune analisi stimano in oltre 60 miliardi l’anno il saldo negativo per il Sud, tra minori investimenti e minori servizi.
Il risultato è una sensazione diffusa di ingiustizia: quando il Sud chiede semplicemente di poter usare i propri fondi per aiutare chi è stato travolto dal maltempo, si trova davanti un muro di cavilli; quando il Nord ha bisogno, le risorse statali arrivano subito e in grande quantità. Se questa disparità non viene riconosciuta e corretta, sarà difficile chiedere ai meridionali di sentirsi parte di un Paese che, nei fatti, continua a trattarli come cittadini di serie B. continua a leggere
Guerra Iran‑USA nel Golfo: morti, feriti e numeri reali (molto lontani dalla propaganda) Nel caos della guerra tra Iran, Stati... Guerra Iran‑USA nel Golfo: morti, feriti e numeri reali (molto lontani dalla propaganda)
Nel caos della guerra tra Iran, Stati Uniti e alleati nel Golfo Persico, i social sono inondati da video che parlano di “centinaia di soldati americani massacrati” e di basi a stelle e strisce rase al suolo. Eppure, se si leggono con attenzione i dati ufficiali e le ricostruzioni dei grandi media internazionali, il quadro cambia radicalmente: l’Iran ha davvero colpito obiettivi legati agli USA in Kuwait, Arabia Saudita e in altri Paesi della regione, causando morti e feriti tra i militari, ma parliamo di singole cifre e decine di vittime, non di stragi da 400 o 500 caduti in un solo attacco come racconta la propaganda.
Le prime vittime americane nel conflitto sono arrivate il 2 marzo, quando un drone iraniano ha centrato un centro operativo tattico in un porto civile in Kuwait: in quell’attacco sono morti sei militari USA, come confermato dal Pentagono e documentato da CNN e BBC. A questo si aggiungono altri episodi: un missile e alcuni droni che hanno colpito la base di Prince Sultan in Arabia Saudita, ferendo in totale una ventina di soldati (di cui 10–12 ufficialmente confermati) e danneggiando diversi aerei da rifornimento; altri attacchi su basi e infrastrutture usate dagli americani in Kuwait, Qatar e Giordania che hanno provocato ulteriori perdite, fino a un totale di circa 13 militari USA uccisi e oltre un centinaio di feriti dall’inizio della campagna iraniana, secondo stime citate dalla BBC e da agenzie internazionali. Numeri gravi, ma lontanissimi dalle centinaia di morti urlate in certi video virali.
Un discorso a parte merita il fronte degli Emirati Arabi Uniti, spesso presentato online come teatro di “ecatombe americane” a Dubai. I dati ufficiali di Abu Dhabi e Dubai, però, raccontano un’altra storia: dall’inizio degli attacchi iraniani, l’UAE ha intercettato centinaia di missili balistici e quasi duemila droni, ma il bilancio umano complessivo nel Paese è di 11 morti e 178 feriti, tra militari e civili di quasi 30 nazionalità diverse. Tra le vittime ci sono due soldati emiratini e un militare marocchino in servizio, oltre a otto civili provenienti da Pakistan, Nepal, Bangladesh, India e Palestina; il resto sono feriti di entità variabile, colpiti soprattutto da detriti di missili intercettati che sono caduti su strade, veicoli e edifici. Nessuna fonte attendibile parla di “centinaia di soldati USA uccisi a Dubai” in un singolo bombardamento: si tratta di un’esagerazione propagandistica che parte da rivendicazioni iraniane e viene gonfiata sui social. continua a leggere
Zelensky manda oltre 200 esperti droni nel Golfo: così l’Ucraina diventa scudo contro gli attacchi iraniani Mentre la guerra in... Zelensky manda oltre 200 esperti droni nel Golfo: così l’Ucraina diventa scudo contro gli attacchi iraniani
Mentre la guerra in Ucraina continua, Kiev si è ritagliata un nuovo ruolo strategico nel cuore del Medio Oriente: quello di “scudo anti‑drone” per i Paesi del Golfo sotto attacco iraniano. In un intervento al Parlamento britannico, Volodymyr Zelensky ha confermato che 201 esperti militari ucraini specializzati nella difesa anti‑drone sono già operativi nella regione, con altri 34 pronti a partire. Questi team lavorano fianco a fianco con gli eserciti di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e, a breve, Kuwait, per intercettare i droni kamikaze Shahed e altri UAV usati da Teheran per colpire città, infrastrutture energetiche e basi militari.
La scelta non è casuale: nessuno in Europa ha maturato più esperienza dell’Ucraina nel fermare gli sciami di droni iraniani lanciati dalla Russia dal 2022 in poi. In questi anni, Kiev ha sviluppato sistemi di intercettazione a basso costo basati su droni “cacciatori”, radar adattati e software in grado di funzionare anche sotto pesante guerra elettronica, offrendo un’alternativa più economica ai costosissimi missili Patriot usati finora dai Paesi del Golfo per abbattere singoli obiettivi. Secondo le ricostruzioni dei media internazionali, gli specialisti ucraini stanno già contribuendo ad aumentare il tasso di intercettazione dei droni su città e impianti petroliferi della regione, mentre le monarchie del Golfo, in cambio, valutano la fornitura a Kiev di sistemi di difesa aerea avanzati e preziosi intercettori per proteggere il cielo ucraino dai missili russi.
Per Zelensky questa missione ha un doppio valore: da un lato permette all’Ucraina di proiettare potere “tecnologico” oltre il proprio fronte, dimostrando di non essere solo un Paese che chiede armi, ma anche un esportatore di know‑how militare; dall’altro rafforza l’alleanza con Stati Uniti e alleati del Golfo, che vedono in Kiev un partner chiave nella partita contro Iran e i suoi droni. Non è un caso che lo stesso presidente ucraino abbia sottolineato come la condivisione di competenze sulla difesa anti‑drone con cinque Paesi della regione si inserisca in una strategia di più lungo periodo: scambiare tecnologia e uomini per ottenere in cambio quello che oggi a Kiev manca di più, cioè missili antiaerei e sistemi di difesa in grado di reggere l’urto della prossima offensiva russa.
#guerra #mediooriente continua a leggere
“Misericordia per i preti pedofili”: il messaggio di Papa Leone XIV che umilia le vittime e devasta la credibilità della... “Misericordia per i preti pedofili”: il messaggio di Papa Leone XIV che umilia le vittime e devasta la credibilità della Chiesa
Nel messaggio inviato ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, Papa Leone XIV scrive che è “positivo che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia” e invita la Chiesa a continuare a mostrare “la misericordia di Dio verso tutti”, compresi i preti pedofili. Parole che arrivano dopo anni segnati da rapporti indipendenti, come il Rapporto Sauvé, che in Francia hanno stimato oltre 200 mila vittime di abusi da parte del clero dal dopoguerra a oggi e che hanno costretto la Chiesa d’Oltralpe a vendere parte dei propri immobili per creare fondi di risarcimento.
Sul piano teologico, la misericordia è al centro del cristianesimo; sul piano umano e politico, però, questo messaggio suona come uno schiaffo alle vittime. La lettera del Papa insiste sulla “fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto” per lo scandalo, ma dedica alle vittime solo la formula rituale dell’“attenzione” e della “riparazione”, mentre ai colpevoli promette esplicitamente che non saranno esclusi dalla misericordia e continueranno a essere oggetto di cura pastorale. In un contesto in cui migliaia di sopravvissuti raccontano vite spezzate, depressione, suicidi, senso di colpa inculcato da chi aveva il potere spirituale, questo equilibrio appare rovesciato: ancora una volta, il centro della scena è occupato dai preti – anche quando sono abusatori – più che da chi ha subito i loro crimini.
La contraddizione è ancora più grave se si guarda alla storia recente. Negli anni di Francesco (oggi predecessore di Leone XIV), il Vaticano aveva parlato di “tolleranza zero”, arrivando perfino a rinunciare al potere di concedere la grazia ai preti pedofili per segnalare che la Chiesa doveva obbedire a una legge più alta: la difesa dei più piccoli. Ora, con questa lettera ai vescovi francesi, il nuovo pontificato manda un messaggio opposto: gli abusatori sono anzitutto peccatori “da comprendere e riabilitare”, quasi fossero vittime spirituali di un sistema, mentre la dimensione penale – il fatto che si tratti di reati gravissimi, non solo di peccati – scompare dietro il linguaggio della misericordia. continua a leggere
Trump, “colpo finale” all’Iran: piani USA per prendere Kharg e le isole dello Stretto di Hormuz (con migliaia di marines... Trump, “colpo finale” all’Iran: piani USA per prendere Kharg e le isole dello Stretto di Hormuz (con migliaia di marines già schierati)
Nel Golfo Persico si sta giocando una partita che può cambiare gli equilibri energetici del pianeta. Mentre le tensioni con Teheran salgono, il Pentagono ha messo sul tavolo diverse opzioni per un possibile “attacco finale” contro l’Iran: tra queste c’è la conquista delle isole chiave di Kharg, Larak e Abu Musa, veri tappi dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Kharg in particolare è il cuore dell’economia iraniana: da lì transiterebbe il 90% del greggio esportato da Teheran, con una capacità di carico fino a 7 milioni di barili al giorno.
Per rendere credibili queste minacce, gli Stati Uniti hanno già iniziato a spostare forze consistenti nell’area: quasi 5.000 marines su due gruppi d’attacco anfibi, più fino a 2.000–3.000 paracadutisti dell’82a divisione aviotrasportata, specializzata in lanci profondi dietro le linee nemiche. Secondo i piani descritti da Axios e altri media, lo scenario più “moderato” prevede l’assalto alle isole del Golfo Persico, pesantemente difese da mine antiuomo e anticarro, sistemi missilistici, droni e batterie costiere, con l’obiettivo di bloccare o sequestrare le petroliere iraniane e spezzare il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz. Lo scenario più estremo arriverebbe a operazioni di terra in profondità per colpire direttamente i siti di arricchimento dell’uranio, anche con incursioni di forze speciali e paracadutisti.
Gli analisti militari però mettono in guardia: un’operazione anfibia o aviotrasportata su Kharg e sulle altre isole sarebbe militarmente possibile, ma estremamente rischiosa e con un potenziale altissimo di perdite americane, forse non sostenibile né per l’opinione pubblica USA né, politicamente, per Trump stesso. Le isole sono state trasformate in fortezze: difese stratificate, missili antinave e antiaerei, mine lungo le coste dove avverrebbero gli sbarchi, tunnel sotterranei che ospitano arsenali e una vera e propria “città dei missili” capace di colpire navi e infrastrutture in tutta la regione. Anche nel caso di successo militare, avvertono gli esperti, la presa di Kharg non basterebbe da sola a “risolvere” il problema Iran: rischierebbe invece di far esplodere i prezzi del petrolio, spingere Teheran a colpire gli impianti di Arabia Saudita e altri alleati del Golfo e trascinare il Medio Oriente in una guerra aperta dagli esiti imprevedibili.
Nel frattempo, il semplice fatto che la Casa Bianca discuta apertamente di “colpo di grazia” e di sequestro delle principali vie del petrolio iraniano manda un segnale chiaro: la leva energetica è tornata al centro della strategia americana. continua a leggere
Elicotteri USA sulle Madonie: cosa possono davvero fare gli Stati Uniti nelle basi in Sicilia (e quando l’Italia disse NO)... Elicotteri USA sulle Madonie: cosa possono davvero fare gli Stati Uniti nelle basi in Sicilia (e quando l’Italia disse NO)
Due elicotteri militari della US Navy sono decollati dalla base americana di Sigonella e sono atterrati a Piano Catarineci, nel Parco delle Madonie, in piena “zona A”: l’area di massima tutela ambientale, dove qualunque attività è rigidamente limitata e richiede autorizzazioni speciali. Le foto, postate con orgoglio dagli stessi militari con la didascalia “Sea Hawks over Sicily”, hanno scatenato un terremoto politico in Sicilia: 22 sindaci hanno chiesto spiegazioni, il Parco vuole sapere chi ha firmato il via libera e all’ARS sono partite interrogazioni, in particolare dal capogruppo M5S, su chi abbia permesso esercitazioni belliche in un’area protetta senza alcuna trasparenza verso il territorio.
Ufficialmente si tratta di semplici voli di addestramento collegati alla presenza della Sesta Flotta nel Mediterraneo: esercitazioni tra Etna, Sigonella e Madonie per abituare gli equipaggi a operare in ambiente montano. Ma l’episodio arriva in un momento delicatissimo, con Sigonella usata come hub logistico per le crisi in Medio Oriente e nei rapporti con l’Iran, e riapre il dossier più scomodo: chi decide davvero cosa possono fare gli Stati Uniti sulle basi in Italia? Giuridicamente, le installazioni come la Naval Air Station di Sigonella restano basi italiane concesse in uso a Washington nell’ambito degli accordi NATO e dei trattati bilaterali: vige il principio della “doppia chiave” (dual command), secondo cui l’uso operativo può essere americano ma deve essere coordinato con le autorità italiane. In teoria Roma deve sempre sapere e autorizzare; in pratica molte operazioni vengono gestite direttamente dagli USA, con l’Italia informata solo in modo generico.
La ragione sta nella centralità strategica della Sicilia: guardando la mappa, Sigonella è una portaerei naturale nel cuore del Mediterraneo. Da lì gli USA possono raggiungere in poche ore Nord Africa (Libia, Tunisia), Medio Oriente, Balcani, Mar Nero, canale di Suez, Mediterraneo orientale (Israele, Siria, Libano), usando la base come hub per rifornimenti, spostamento truppe, manutenzione, droni Global Hawk per la sorveglianza e operazioni di intelligence sul fianco sud della NATO. È il motivo per cui le esercitazioni sulle Madonie non sono un semplice “fuori pista”, ma il simbolo di un equilibrio fragile tra alleanza militare, tutela ambientale e sovranità nazionale. continua a leggere
Caso Signorini–Corona, il Tribunale di Milano “spegne” Falsissimo ma apre un varco sul diritto di cronaca per tutti Sul caso... Caso Signorini–Corona, il Tribunale di Milano “spegne” Falsissimo ma apre un varco sul diritto di cronaca per tutti
Sul caso Alfonso Signorini contro Fabrizio Corona, dal Tribunale di Milano è arrivato un provvedimento che segna un punto fermo su due fronti: stop ai contenuti diffamatori, ma conferma che il diritto di cronaca appartiene a ogni cittadino, non solo ai giornalisti. A gennaio il giudice Roberto Pertile aveva ordinato a Corona di rimuovere tutte le puntate di “Falsissimo” dedicate al conduttore, vietando nuove pubblicazioni e imponendo sanzioni economiche pesanti per ogni violazione, ritenendo quei video lesivi dell’onore, della reputazione e della privacy di Signorini e privi dei requisiti di verità, pertinenza e continenza richiesti dalla legge.
Con l’ordinanza collegiale sul reclamo, il Tribunale conferma in sostanza la condanna di “Falsissimo” sul merito – i contenuti su Signorini restano vietati e vanno rimossi, con penali da 750 a 2.000 euro al giorno in caso di violazione – ma corregge alcuni aspetti tecnici del primo provvedimento: viene definito “atipico” e quindi cancellato l’obbligo di consegnare a Signorini tutti i supporti materiali (chat, immagini, documenti privati), e soprattutto si mette nero su bianco che il diritto di cronaca non è monopolio degli iscritti all’Ordine, ma spetta a qualunque cittadino italiano, Corona compreso, purché rispetti i paletti fissati dalla giurisprudenza.
Per i giudici, quindi, la libertà di espressione non può essere usata per attribuire “fatti gravissimi in assenza di qualsiasi riscontro”, ma chiunque, non solo un giornalista professionista, può raccontare vicende di interesse pubblico se rispetta tre condizioni: verità (o quantomeno serietà nell’accertamento dei fatti), pertinenza rispetto all’interesse collettivo e continenza nelle forme, cioè niente insulti né toni pruriginosi. È su questo spiraglio che l’avvocato di Corona rivendica di aver “vinto il secondo tempo”: niente più sequestro generalizzato dei materiali e riconoscimento di principio del diritto di cronaca anche per chi fa informazione “non allineata”. Ma, al di là delle letture di parte, il messaggio chiaro del Tribunale resta uno: puoi indagare, raccontare e criticare, ma non puoi costruire un processo parallelo in streaming senza prove solide, trasformando la reputazione altrui in carburante per il tuo show. continua a leggere
“In nome della legge, giù le armi”: perché Leonardo e lo Stato italiano sono finiti in tribunale per le forniture... “In nome della legge, giù le armi”: perché Leonardo e lo Stato italiano sono finiti in tribunale per le forniture militari a Israele
C’è una notizia che dovrebbe stare in apertura su tutti i giornali, e invece scivola sotto traccia: lo Stato italiano e il colosso bellico Leonardo S.p.A. sono stati portati in tribunale da una rete di associazioni per fermare la vendita di armi a Israele, accusata di violare la Costituzione e la legge 185 del 1990. Nel ricorso, promosso da Un Ponte Per insieme ad altre realtà della società civile, si chiede al Tribunale civile di Roma di dichiarare nulli tutti i contratti di fornitura di materiali d’armamento verso Israele, sostenendo che quelle esportazioni contrastano con l’articolo 11 della Costituzione – quello che sancisce il ripudio della guerra – e con i vincoli del diritto internazionale e del Trattato sul commercio di armi del 2013.
L’azione legale, battezzata “In nome della legge, giù le armi Leonardo”, mette sotto accusa un intero sistema: secondo le associazioni ricorrenti, l’Italia non ha sospeso le autorizzazioni nonostante le ripetute documentazioni ONU sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, e avrebbe continuato a consentire trasferimenti di armamenti e tecnologie militari prodotti da Leonardo e sue controllate, impiegati anche nei bombardamenti su Gaza. Un nuovo dossier ha ricostruito almeno 416 spedizioni a uso militare dall’Italia verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, tra cui oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici firmati Leonardo, destinati a linee di produzione di velivoli coinvolti nelle operazioni sulla Striscia.
Al centro della causa non c’è solo la responsabilità dell’azienda, partecipata dallo Stato, ma soprattutto quella politica dei governi che hanno autorizzato le esportazioni in un contesto che molte commissioni e relatori ONU definiscono apertamente “genocida”. Gli avvocati chiedono al giudice di accertare la nullità dei contratti in essere, di bloccare qualsiasi futura vendita di armi e tecnologie militari a Israele e di imporre un embargo totale, in linea con gli obblighi internazionali dell’Italia. Nel frattempo, gran parte della classe politica – la stessa che si riempie la bocca con la “difesa della Costituzione” – tace e guarda altrove, lasciando che a difendere l’articolo 11 siano i tribunali e una manciata di associazioni. È questo silenzio, più ancora dei contratti, a raccontare quanto sia diventato scomodo dire una cosa semplice: se l’Italia ripudia davvero la guerra, non può continuare a fare affari con chi la guerra la alimenta. continua a leggere
“Tajani minaccia di dimettersi”: il ministro degli Esteri che ha portato l’Italia “sotto Malta” ora agita lo spauracchio dell’addio Antonio... “Tajani minaccia di dimettersi”: il ministro degli Esteri che ha portato l’Italia “sotto Malta” ora agita lo spauracchio dell’addio
Antonio Tajani avrebbe fatto sapere ai suoi, con Marina Berlusconi in copia, che se cade anche il capogruppo di Forza Italia alla Camera lui se ne va: “Se salta pure Barelli, me ne vado”. La scena è questa: dopo la sfiducia interna a Gasparri al Senato e le voci insistenti sull’addio dell’omologo Paolo Barelli a Montecitorio, il leader azzurro alza il tono e trasforma una guerra di corridoio in un ultimatum politico. Come se 60 milioni di italiani vivessero col fiato sospeso all’idea di perdere un ministro degli Esteri che, in tre anni e mezzo, ha fatto precipitare il peso internazionale dell’Italia “un gradino sotto Malta e uno sopra il Tagliichistan”.
Nel bilancio critico di questo mandato alla Farnesina c’è un po’ di tutto: un approccio al diritto internazionale “fino a un certo punto”, richieste all’ambasciatrice iraniana su “come sono andati i bombardamenti” con la leggerezza di chi chiede della settimana bianca, e una storica ospitata da Vespa in cui in pochi minuti sono stati demoliti lo stato di diritto e il principio di presunzione d’innocenza dell’imputato. Episodi che hanno alimentato l’idea di un ministero gestito più come un talk show che come una cabina di regia della politica estera.
Per questo, quando Tajani agita lo spettro delle dimissioni come se fosse una minaccia per il Paese, il paradosso è evidente: per molti osservatori, la vera “notizia positiva” sarebbe che l’addio includesse anche la poltrona alla Farnesina. Sarebbe, dicono i critici, il gesto più utile in tre anni e mezzo di “disonorato servizio”, la chiusura naturale del ciclo del governo più goffo e raffazzonato della storia repubblicana, dove “peggio della destra estrema c’è solo l’estrema incompetenza”. Due facce della stessa medaglia che, a furia di errori e ultimatum farseschi, stanno portando la coalizione verso l’unica destinazione possibile: l’autodistruzione politica. continua a leggere
Da Gasparri a Craxi, che “promozione”: il capolavoro di Marina Berlusconi tra cialtroneria e condanne per evasione “larghe intese” con... Da Gasparri a Craxi, che “promozione”: il capolavoro di Marina Berlusconi tra cialtroneria e condanne per evasione
“larghe intese” con la cialtroneria. Marina Berlusconi ha spinto per far fuori Maurizio Gasparri detto il “Carota” dal ruolo di capogruppo di Forza Italia al Senato, per sostituirli con Stefania Craxi. Cambio di stagione? No, semplice sostituzione di figurine dentro lo stesso album: via un volto logoro, dentro un cognome pesante, ma senza nessuna vera svolta sul piano etico o politico.
La nuova capogruppo è la stessa Stefania Craxi che nel 2021 è stata condannata in Cassazione al pagamento di 10 miliardi di lire di tasse evase, più 20 mila euro di spese legali. Non stiamo parlando di un banale errore del commercialista, ma di una sentenza definitiva che certifica un comportamento fiscale tutt’altro che esemplare. E questa sarebbe la “faccia pulita” da offrire al Paese dopo settimane di scandali, inchieste, raccolte firme interne e faide di palazzo? Sembra più la conferma di una regola non scritta: in certi ambienti, i guai con il fisco sono un titolo di merito, non un ostacolo alla carriera.
Il paradosso è che a questo punto qualcuno arriva persino a rimpiangere Gasparri: almeno, ci faceva fare due risate. Il messaggio che arriva ai cittadini è devastante: se il meglio che una classe dirigente riesce a proporre, dopo l’ennesima guerra di corridoio, è una dirigente condannata per evasione fiscale, allora davvero “non c’è limite al peggio”. E la vergogna non sta solo nei singoli nomi, ma in un sistema che continua a promuovere sempre gli stessi, come se la credibilità delle istituzioni fosse un dettaglio sacrificabile sul tavolo delle spartizioni interne. continua a leggere
L’Europa rimette l’abuso d’ufficio al centro: uno schiaffo alla legge Nordio e al governo italiano Al Parlamento europeo è passato... L’Europa rimette l’abuso d’ufficio al centro: uno schiaffo alla legge Nordio e al governo italiano
Al Parlamento europeo è passato un messaggio chiarissimo: gli Stati membri dovranno tornare a penalizzare l’abuso d’ufficio, reato che in Italia è stato cancellato nel 2024 con la legge firmata dal ministro Carlo Nordio. Nel suo intervento in aula, un eurodeputato ha spiegato che non si è votata “solo una direttiva”, ma una vera e propria sfiducia politica verso il governo Meloni e verso la scelta di eliminare una delle principali tutele contro gli abusi del potere pubblico.
Secondo questa lettura, la decisione di Bruxelles manda un segnale fortissimo: in Europa “non ci saranno più zone franche”, né spazi in cui amministratori e dirigenti possano agire indisturbati, senza il rischio di rispondere penalmente quando violano i propri doveri. La direttiva, infatti, chiede agli Stati di prevedere sanzioni efficaci per chi utilizza la propria funzione per favorire interessi privati, riaprendo il dibattito interno italiano su una riforma – quella di Nordio – che ha fatto esultare molti sindaci ma ha lasciato scoperti i cittadini di fronte a corruzione e clientele.
La partita ora si gioca a Roma: il governo dovrà adeguare l’ordinamento nazionale alle nuove regole europee, decidendo se reintrodurre una forma di abuso d’ufficio o rischiare un braccio di ferro con Bruxelles su un tema ad altissimo valore simbolico. Per l’opposizione, il voto di Strasburgo è la prova che la cancellazione del reato è stata un favore politico alla “casta” amministrativa; per chi governa, sarà sempre più difficile continuare a raccontarla come una semplice semplificazione burocratica.
#abusoDUfficio #Nordio #ParlamentoEuropeo #governoMeloni #corruzione continua a leggere
Dentro la banca più segreta del mondo: IOR, Vaticano e ombre tra Sindona, Calvi e riciclaggio La banca più segreta... Dentro la banca più segreta del mondo: IOR, Vaticano e ombre tra Sindona, Calvi e riciclaggio
La banca più segreta del mondo non è alle Cayman né in Svizzera: sta dentro il Vaticano e si chiama IOR, Istituto per le Opere di Religione. Nata nel 1942 per gestire fondi destinati alle attività religiose, nel dopoguerra diventa un forziere da miliardi, con depositi stimati oltre i 5 miliardi di euro, movimenti in contanti difficili da tracciare, niente assegni, perfino lingotti d’oro custoditi all’ombra della Basilica. Un sistema blindato, protetto dall’indipendenza dello Stato vaticano e da un regime di riservatezza che per decenni ha reso quasi impossibile capire da dove entrassero e dove uscissero i soldi.
Negli anni ’60 attorno allo IOR nasce una rete di società nei paradisi fiscali, pensata per spostare capitali senza controllo diretto. È in questo contesto che compare Michele Sindona, banchiere legato a mafia e logge deviate: il suo impero crolla nel 1974 travolgendo migliaia di risparmiatori, lui viene condannato negli Stati Uniti e muore in carcere dopo un caffè al cianuro. La versione ufficiale parla di suicidio, ma le ombre restano. Ancora più famoso è il caso del “banchiere di Dio” Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano e collegato allo IOR: nel 1982 la banca esplode dopo la sparizione di centinaia di milioni, e pochi giorni dopo Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, con mattoni nelle tasche, contanti addosso e un passaporto falso. Un giallo mai del tutto risolto.
Negli anni emergono altri flussi di denaro, scandali politici, inchieste per riciclaggio e rapporti con regimi e fondi neri, mentre la linea ufficiale del Vaticano resta sempre la stessa: nessuna responsabilità diretta per lo IOR, che però nel caso Ambrosiano versa comunque 250 milioni di dollari, presentati come “contributo volontario” per chiudere i conti. È qui che entra l’idea della “piramide”: lo IOR non sarebbe solo una banca, ma una struttura con immunità, collocata dentro uno Stato indipendente e quindi fuori da molti controlli, esattamente come accade nei livelli più alti del sistema globale, dove meno visibilità significa più protezione e maggiore continuità di potere. Quando una struttura finanziaria così opaca sopravvive intatta per decenni, la domanda non è se abbia avuto un ruolo nei grandi giochi del denaro, ma quanto profondo sia stato quel ruolo dietro la facciata ufficiale delle “opere di religione”.
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Appalti truccati e fondi neri: 26 indagati tra Difesa, RFI, Terna e Polo Strategico Nazionale. Il maxi blitz nato dal... Appalti truccati e fondi neri: 26 indagati tra Difesa, RFI, Terna e Polo Strategico Nazionale. Il maxi blitz nato dal caso Sogei
Dopo il referendum in cui gli italiani hanno detto no alla “protezione” della Costituzione, su Roma è esplosa una bomba giudiziaria che scuote lo Stato nel cuore: la Guardia di Finanza, su mandato della Procura capitolina, ha perquisito gli uffici del ministero della Difesa, di Terna, di Rete Ferroviaria Italiana e del Polo Strategico Nazionale nell’ambito di una vasta inchiesta su appalti informatici pilotati e presunti fondi neri. Nel registro degli indagati figurano 26 persone, tra generali, dirigenti pubblici e imprenditori, accusati a vario titolo di corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite.
L’indagine nasce dal caso Sogei, la società informatica del ministero dell’Economia, dove già nel 2024 l’ex direttore generale Paolino Iorio era stato arrestato in flagrante mentre intascava una mazzetta da 15 mila euro per condizionare un appalto da 1,6 milioni di euro nel settore cybersecurity. Da quel filone, i pm romani hanno ricostruito un presunto sistema criminale basato su fatture per operazioni inesistenti, creato per generare fondi neri da riciclare in contanti, orologi di lusso e pagamenti corruttivi capaci di orientare gare pubbliche strategiche, fino ad aprire le porte di ministeri e grandi partecipate come Terna, RFI e il Polo Strategico Nazionale.
Nel decreto di perquisizione emerge il ruolo centrale dell’imprenditore romano Francesco Dattola e di una rete di intermediari in grado di incidere sui processi decisionali delle amministrazioni, a partire dal ministero della Difesa, che paradossalmente è stato anche il primo a segnalare alcune anomalie e oggi assicura “pieno supporto” alla magistratura, promettendo la massima severità verso eventuali responsabili interni. Se le accuse saranno confermate, ci troveremmo davanti a un caso simbolo: mentre il Paese discute di sovranità digitale e sicurezza nazionale, una parte degli appalti per difesa e infrastrutture critiche sarebbe stata trasformata in un bancomat occulto per pochi, a colpi di mazzette e gare truccate.
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Sciopero 27 marzo 2026: cosa dice il comunicato sindacale e perché si fermano trasporti, scuola e giornalisti Il 27 marzo... Sciopero 27 marzo 2026: cosa dice il comunicato sindacale e perché si fermano trasporti, scuola e giornalisti
Il 27 marzo 2026 l’Italia si ferma per uno sciopero generale che coinvolge trasporti, scuola, sanità e informazione: il comunicato sindacale spiega le ragioni della protesta, dal rinnovo dei contratti agli aumenti salariali.
Sciopero 27 marzo 2026: settori coinvolti e orari
Secondo i comunicati sindacali e le note ufficiali, lo sciopero del 27 marzo 2026 coinvolge in forma estesa il trasporto pubblico locale, la scuola, parte della sanità e il settore dell’informazione.
Molte sigle hanno proclamato 24 ore di stop, con disagi attesi soprattutto nelle grandi città come Milano e Napoli, mentre alcune aziende, come EAV sulle linee vesuviane, hanno previsto scioperi di 4 ore in specifiche fasce orarie.
Per il trasporto pubblico sono previste le consuete fasce di garanzia per bus, metro e treni, mentre nel comparto scuola lo sciopero è indetto a livello nazionale dal sindacato SISA per tutto il personale docente, Ata e dirigente.
Anche i giornalisti della Fnsi aderiscono alla protesta: diversi quotidiani non sono in edicola il 28 marzo e siti d’informazione riducono o sospendono gli aggiornamenti per 24 ore.
Cosa dice il comunicato sindacale: le motivazioni dello sciopero
Nel comunicato sindacale diffuso dalle categorie coinvolte si evidenzia una piattaforma comune: rinnovo dei contratti collettivi, adeguamento dei salari al costo della vita e maggiori tutele nei luoghi di lavoro.
Per i lavoratori dei trasporti si chiedono aumento salariale di 150 euro netti per le fasce più basse, trasformazione dei contratti part-time in full-time su richiesta, più sicurezza a bordo di mezzi e in stazioni, e stop alla privatizzazione dei servizi essenziali.
Nel comparto scuola, il sindacato SISA chiede assunzioni su tutti i posti vacanti, ruolo unico per i docenti, riduzione dei costi dei percorsi abilitanti (Tfa) e un aumento degli stipendi di almeno il 20% per recuperare l’inflazione degli ultimi anni.
I giornalisti, tramite Fnsi, denunciano un contratto nazionale scaduto da dieci anni, il progressivo impoverimento delle redazioni e rivendicano dignità salariale, stabilità occupazionale e tutela della libertà d’informazione.
Impatti per cittadini, scuole e aziende
Il comunicato sindacale avverte che il 27 marzo 2026 sarà una giornata complessa per pendolari, famiglie e imprese: possibili cancellazioni di corse, ritardi e riduzione dei servizi scolastici sono indicati come effetti diretti dell’astensione dal lavoro.
Molte scuole hanno inviato circolari alle famiglie segnalando l’impossibilità di garantire il regolare svolgimento delle lezioni e dei servizi, visto che non è possibile prevedere con certezza l’adesione allo sciopero da parte del personale. continua a leggere
Grande Fratello “Grande Flop”? Scenari futuri per il reality Risultato: finale al 14,3% di share, superata dalla concorrenza di Rai1,... Grande Fratello “Grande Flop”? Scenari futuri per il reality
Risultato: finale al 14,3% di share, superata dalla concorrenza di Rai1, e un’edizione passata alle cronache come la meno vista di sempre, tra accuse di favoritismi, scandali social e un clima generale di disaffezione del pubblico.
Alla luce di questi numeri, molti osservatori parlano ormai di “Grande Flop” e si chiedono se abbia ancora senso insistere su un format che sembra aver perso il suo potere di attrazione.
C’è chi ipotizza una pausa lunga, chi una profonda rivoluzione del meccanismo (regole, cast, durata, modalità di voto), e chi suggerisce di spostare risorse verso fiction e serie che garantiscono ascolti migliori a costi inferiori.
Mediaset, per ora, si limita a parlare di “riflessione in corso”, ma i dati di questa edizione segnano un campanello d’allarme difficilmente ignorabile per il futuro del reality simbolo di Canale 5.
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Grande Fratello flop ascolti 2025: perché l’edizione di Simona Ventura è la meno vista di sempre Il Grande Fratello 2025... Grande Fratello flop ascolti 2025: perché l’edizione di Simona Ventura è la meno vista di sempre
Il Grande Fratello 2025 doveva essere l’edizione del rilancio, ma i numeri dicono tutt’altro: ascolti crollati, share al minimo storico e finale meno vista di sempre, nonostante l’arrivo di Simona Ventura alla conduzione.
Il crollo degli ascolti: dai 20% al minimo storico
Il debutto del Grande Fratello 2025 sembrava promettente: circa 2,8 milioni di telespettatori e oltre il 20% di share in prima serata su Canale 5.
Nel giro di poche settimane, però, il reality è sceso intorno al 15–15,5% di share, perdendo più di 800.000 spettatori già alla seconda diretta e venendo superato nettamente dalla fiction di Rai1 Blanca.
La situazione è peggiorata con il passare delle puntate, fino a toccare un clamoroso minimo: una semifinale vista da circa 1,5 milioni di persone con il 13,6% di share, definita la semifinale meno seguita nella storia del programma.
L’intera stagione si è chiusa con una media di circa 1,9 milioni di telespettatori e poco meno del 15% di share, il dato più basso di sempre per il Grande Fratello.
Le mosse (disperate) di Mediaset per salvare il format
Di fronte al flop di ascolti, Mediaset ha provato a correre ai ripari cambiando strategia in corsa.
Da un lato il “ritorno alle origini” con soli concorrenti NIP e la durata ridotta a circa 100 giorni, dall’altro una massiccia presenza del GF nel daytime, tra clip emozionali, contenuti extra su Mediaset Infinity e spazi aggiuntivi nei programmi del daytime.
Il segnale più evidente della crisi è stata la cancellazione del doppio appuntamento settimanale: il secondo prime time del giovedì è stato eliminato per evitare ulteriori cali e concentrare le energie su una sola serata.
Nonostante questi aggiustamenti, il trend negativo non si è invertito e il reality è rimasto stabilmente sotto il 15% di share, mentre le fiction Rai e le serie turche hanno continuato a dominare la prima serata.
Perché il pubblico ha abbandonato il Grande Fratello 2025
Le analisi dei media e dei commentatori televisivi concordano su alcuni punti chiave: il marchio Grande Fratello è logorato e il semplice “ritorno alle origini” non basta più a convincere il pubblico a restare davanti alla tv.
Il cast, pur composto da persone comuni, non è riuscito a creare dinamiche davvero forti o storie capaci di tenere alta l’attenzione per settimane, mentre scontri, triangoli amorosi e polemiche non hanno portato a un reale aumento degli ascolti.
Anche la conduzione di Simona Ventura è finita nel mirino: diversi articoli sottolineano una gestione poco incisiva delle tensioni in Casa e una eccessiva dipendenza dal gobbo, elementi che non hanno aiutato a dare ritmo alle dirette. continua a leggere
Maurizio Gasparri ha annunciato le dimissioni da capogruppo di Forza Italia al Senato, chiudendo nel giro di poche ore una... Maurizio Gasparri ha annunciato le dimissioni da capogruppo di Forza Italia al Senato, chiudendo nel giro di poche ore una delle fasi più turbolente per il partito azzurro a Palazzo Madama. Secondo le prime ricostruzioni, la scelta arriva dopo giorni di fortissime tensioni interne e, soprattutto, dopo la sconfitta del centrodestra al recente referendum, che ha riacceso il fuoco delle correnti e messo nel mirino la sua gestione del gruppo.
Negli ultimi giorni il senatore Claudio Lotito aveva avviato una raccolta di firme tra i colleghi per chiedere la sostituzione di Gasparri alla guida dei senatori forzisti, segnale evidente di una fronda organizzata più che di semplici mugugni. La “sfiducia” si sarebbe poi concretizzata in una lettera interna, descritta come decisiva nel convincere Gasparri a fare un passo indietro prima di essere formalmente messo in minoranza. In parallelo, dal quartier generale di Forza Italia filtra la preoccupazione per l’immagine di un partito lacerato, proprio mentre si discutono congressi regionali e assetti futuri.
Le dimissioni da capogruppo non sono solo un fatto di ruoli, ma il sintomo di un equilibrio politico che cambia. Tajani deve ora gestire il dopo‑Gasparri: tra i nomi in circolazione per la successione spicca quello di Stefania Craxi, attuale presidente della commissione Esteri, ma la partita è ancora aperta e intrecciata alle dinamiche nazionali e alle prossime scadenze elettorali. Quel che è certo è che, da oggi, il fronte azzurro in Senato perde una delle sue figure più riconoscibili e si trova costretto a ridefinire, in fretta, leadership e linea politica.
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Dal «Grande Fratello» al grande flop: perché il reality di Canale 5 non funziona più Per oltre vent’anni il Grande... Dal «Grande Fratello» al grande flop: perché il reality di Canale 5 non funziona più
Per oltre vent’anni il Grande Fratello è stato il simbolo della televisione commerciale italiana, ma le ultime edizioni hanno certificato un crollo difficilmente recuperabile. Le puntate guidate da Simona Ventura, lanciate come grande rilancio del format, sono scese rapidamente sotto i 2 milioni di spettatori e intorno al 14–15% di share, con picchi al ribasso di circa il 13%, minimo storico per un programma di punta di Canale 5.
Il problema non è solo numerico, ma strutturale. Dopo 23 anni di messa in onda, critici e addetti ai lavori descrivono il Grande Fratello come un format “abusato”, trasformato in un teatrino iper-scritto dove spontaneità e “esperimento sociale” sono stati sostituiti da dinamiche forzate, ripescaggi improbabili e strategie disperate per tenere alta l’attenzione. Il doppio appuntamento settimanale, pensato per rilanciare gli ascolti, ha finito per logorare ancora di più il pubblico, che ha iniziato a disertare le dirette preferendo fiction e streaming.
Mediaset si trova così davanti a un bivio: chiudere o rivoluzionare un marchio che non vuole (e non può) bruciare del tutto, ma che ormai non è più in grado di fare la differenza in palinsesto. Le riunioni d’emergenza, gli aggiustamenti nel daytime e le campagne promozionali aggressive non hanno invertito la rotta, perché il vero corto circuito è tra un pubblico cambiato – più esigente e meno disposto a seguire ore di litigi e dinamiche costruite – e un format rimasto prigioniero del 2000. Il “Grande Fratello” non è crollato in un giorno: si è consumato lentamente, puntata dopo puntata, fino a diventare ciò che molti spettatori oggi vedono in palinsesto: un grande flop difficile da rianimare.
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