Lavoratori, studenti e sindacati stanno mobilitandosi in tutto il continente contro il caro vita, i tagli ai servizi pubblici, la precarietà e le politiche di austerità.
Quando governano le destre ci sono sempre scioperi e manifestazioni: non è casualità, ma la risposta sociale a politiche che colpiscono salari, servizi, scuola e diritti.
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Sui social circola da giorni una notizia che ha fatto infuriare molti automobilisti: l’Unione Europea starebbe valutando di abbassare il limite autostradale a 100 km/h solo per le auto a benzina e diesel, mentre le elettriche potrebbero continuare a viaggiare a 130 km/h.
Da dove nasce questa idea?
La proposta arriva da un politico ed economista austriaco, Günther Fehlinger-Jahn, che vorrebbe estendere a tutta l’UE un modello già sperimentato in Austria su alcuni tratti autostradali. L’obiettivo dichiarato? Ridurre consumi, emissioni e dipendenza dai combustibili fossili, soprattutto in un periodo di caro carburante (benzina e diesel sopra i 2 €/litro in molti Paesi).
⚠️ Ma attenzione: non è una legge europea!
Al momento non esiste alcuna proposta legislativa ufficiale da parte della Commissione Europea o del Parlamento UE. La regolamentazione dei limiti di velocità resta competenza dei singoli Stati membri. Quindi, per ora, in Italia il limite resta 130 km/h per tutte le auto (termiche ed elettriche), salvo tratti con limitazioni locali.
🤔 Perché fa discutere?
Crea una discriminazione tra automobilisti in base al tipo di alimentazione
Sembra una spinta forzata verso l’elettrico, in un momento già difficile per i costi dei carburanti
Solleva dubbi su sicurezza, praticità e libertà di scelta
💬 Tu cosa ne pensi?
Saresti favorevole a limiti diversi per termiche ed elettriche? O è una misura ingiusta che penalizza chi non può (o non vuole) passare all’elettrico? Scrivi la tua opinione nei commenti! 👇 Altro..
Nel 2008 il barile arrivò a 147 dollari e la benzina costava circa 1,50 euro al litro.
Oggi il petrolio è più basso, ma benzina e gasolio superano spesso i 2 euro.
Il motivo? Non è solo lo stretto di Hormuz.
Contano soprattutto:
✅ Accise elevate
✅ IVA al 22%, calcolata anche sulle accise
✅ Costi di raffinazione e logistica
✅ Margini della filiera
✅ Euro più debole rispetto al dollaro
In pratica: si paga una tassa anche sulla tassa.
Hormuz può essere il pretesto del rincaro, ma non è l’unica causa del caro benzina. Altro..
Dal 2000 al 2026 il debito pubblico italiano è passato da circa 1.281 miliardi a 3.207 miliardi di euro.
Un aumento di quasi 2.000 miliardi, ma non imputabile a un solo schieramento:
📊 Centrosinistra: circa 571 miliardi
📊 Centrodestra: circa 935 miliardi
📊 Governi tecnici: circa 285 miliardi
📊 Governi Conte: circa 134 miliardi
Il punto non è solo “chi ha speso di più”, ma anche:
⚠️ Crisi del 2008
⚠️ Pandemia e Covid
⚠️ Interessi sul debito
⚠️ Durata dei governi
⚠️ Crescita del Pil
Il debito è un problema serio.
Ma trasformarlo in una colpa solo di “comunisti” o di un solo campo politico non è analisi: è propaganda Altro..
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Da un lato applausi a Trump e Netanyahu per il “coraggio bellico”, dall’altro ammissione che saremo noi a pagare il conto alla pompa di carburante e in bolletta: se non è contraddizione questa, cos’è. Il problema è che queste non sono chiacchiere da bar, ma il racconto pubblico di chi occupa studi televisivi e colonne di giornali che da anni incassano milioni di euro in finanziamenti diretti e indiretti dallo Stato, cioè da tutti noi. Mentre famiglie e imprese fanno i conti con il caro carburanti e la paura di nuovi rincari energetici, c’è chi si permette di definire “buona notizia” un’operazione militare che aumenta il rischio di guerra allargata e di crisi energetica globale. Dire “Basta soldi ai giornali” significa smettere di finanziare con denaro pubblico chi tifa per la guerra e poi piange, a favore di telecamera, perché il prezzo della benzina sale e i cittadini vengono colpiti. Se un opinionista vuole ringraziare governi stranieri per un attacco che rischia di incendiare il Medio Oriente e mettere in crisi le nostre tasche, lo faccia pure: ma senza chiedere ai contribuenti italiani di pagargli il microfono con cui lo dice.
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Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico a chi sogna barche affondate e insulta i poveri In TV , così la prossima missione dovranno rifinanziarsela”, parlando della Flotilla diretta verso Gaza. Non è uno sfogo da social qualsiasi, ma la voce di chi guida una testata che ogni anno incassa contributi pubblici, dentro un sistema di finanziamento all’editoria che vale decine e decine di milioni di euro l’anno a carico dei contribuenti. Sono gli stessi giornali che, quando si parla di reddito di cittadinanza o di sostegni alla povertà, titolano “fannulloni sul divano”, “la pacchia è finita”, “orfanelli di Conte”, descrivendo migliaia di persone in difficoltà come parassiti che vivono alle spalle dello Stato. Ma se a vivere di soldi pubblici sono le loro redazioni, allora il denaro diventa “pluralismo” e “informazione libera”, anche quando in studio si invoca l’affondamento di navi umanitarie o si fa il tifo aperto per una delle parti in guerra. Dire “Basta soldi ai giornali” non significa zittire la stampa, ma smettere di finanziare con denaro pubblico chi usa le prime pagine per colpire i poveri in casa nostra e difendere senza dubbi blocchi, bombardamenti e blocchi navali all’estero. Se un quotidiano vuole fare campagna contro il reddito di cittadinanza, contro le ONG o contro le missioni umanitarie, deve farlo con i soldi dei suoi lettori, non con quelli di chi a fine mese fatica a pagare affitto, bollette e spesa. Un vero pluralismo dell’informazione non ha bisogno di giornali mantenuti a vita dalle casse dello Stato, ma di testate che rispondono ai cittadini, non ai sussidi. Per questo la battaglia “Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico per chi insulta i poveri” non è uno slogan di pancia, è una richiesta di coerenza: chi si sente abbastanza forte da giudicare la vita degli altri, abbia almeno il coraggio di farlo senza vivere dei loro soldi. https://bastasoldiaigiornali.it/
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Basta miliardi a banche e giornali amici: Quando si tratta di aiutare famiglie, disabili e lavoratori “non ci sono fondi”. Ma per salvare banche, finanziare giornali che insultano i poveri e stipendi d’oro ai politici, i soldi saltano sempre fuori. È ora di dire basta. Ci raccontano ogni giorno che “i soldi non ci sono”: non ci sono per aumentare stipendi da fame, non ci sono per la sanità al collasso, non ci sono per aiutare chi non arriva a fine mese. Eppure, quando c’è da salvare banche decotte, foraggiare giornali schierati col potente di turno o garantire privilegi e pensioni d’oro alla politica, i milioni di denaro pubblico spuntano come per magia. I media che campano grazie ai contributi dello Stato passano le giornate a dare lezioni di morale a chi prende poche centinaia di euro di sussidio, dipingendo i poveri come “fannulloni” e “parassiti”, mentre nessuno osa toccare i veri privilegi. Chi alza la voce contro questi sprechi viene etichettato come “populista”, “estremista”, “nemico della democrazia”. Ma la vera democrazia non è forse quella in cui i soldi pubblici vengono usati per scuola, sanità, trasporti, sicurezza e lavoro, invece che per tenere in piedi giornali falliti e apparati di potere? Se davvero “siamo tutti sulla stessa barca”, perché alcuni remano mentre altri banchettano sul ponte con i soldi di tutti? Prima di chiedere altri sacrifici a chi non ha più nulla da tagliare, bisognerebbe azzerare sprechi, privilegi e finanziamenti pubblici a chi ha già riempito le tasche per anni. Condividi questo post se pensi che i soldi pubblici debbano andare a chi ne ha bisogno davvero, non a chi insulta i cittadini e difende solo il proprio posto al sole. “Tu che ne pensi: continueremo a pagare per chi ci prende in giro o è ora di dire basta?”
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la “Bisteccheria d’Italia”, e da una società di gestione, “Le 5 Forchette srl”, con sede a Biella e capitale da 10 mila euro. Nel 2024–2025 tra i soci c’è anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, esponente di Fratelli d’Italia, che detiene inizialmente il 25% delle quote insieme ad altri dirigenti piemontesi del partito; il 50% e la carica di amministratrice unica sono invece in mano a Miriam Caroccia, 18 anni, figlia di Mauro Caroccia. Il nome di Caroccia non è uno qualunque: l’imprenditore è stato condannato in via definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, in un’inchiesta della DDA di Roma che lo lega al clan di stampo camorristico di Michele Senese, detto “’o Pazz”, considerato il boss della “camorra romana”. La società viene costituita dopo una prima fase processuale favorevole a Caroccia; quando la Cassazione annulla l’assoluzione e poi conferma la condanna, le quote cominciano a muoversi: Delmastro trasferisce il suo 25% alla sua immobiliare G&G srl nel novembre 2025, e solo il 27 febbraio 2026 – pochi giorni dopo la sentenza definitiva del 19 febbraio – la cede a un’altra socia. Il sottosegretario si difende sostenendo di aver scoperto “solo dopo” che la giovane socia era figlia di un condannato per mafia e di essersi “immediatamente tolto dalla società” per rigore etico, ribadendo che la sua “storia antimafia è chiara ed evidente” e ricordando il livello di scorta come prova del suo impegno contro le cosche. Le opposizioni, dal Movimento 5 Stelle ad Alleanza Verdi–Sinistra, non ci credono: giudicano poco plausibile che un sottosegretario alla Giustizia non conoscesse una vicenda giudiziaria tanto nota, contestano le tempistiche (uscita dalle quote solo dopo la condanna definitiva di Caroccia) e hanno portato il dossier in Commissione Antimafia, chiedendo chiarimenti formali. Al di là del profilo penale, il caso apre un tema politico più ampio: è compatibile con il ruolo di sottosegretario alla Giustizia avere partecipato a un affare imprenditoriale con la figlia – formalmente incensurata ma oggettivamente inserita in un contesto familiare sotto processo per mafia – e non dichiararlo per tempo con la massima trasparenza? La risposta non arriverà solo dai comunicati, ma dal lavoro dell’Antimafia e dalla capacità – o meno – della politica italiana di pretendere da chi guida la giustizia uno standard di prudenza e di incompatibilità più alto del minimo di legge. ,
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il contrasto tra le posizioni di Francia e Spagna da un lato e quella del governo italiano dall’altro è diventato sempre più evidente. Parigi non intende “alimentare l’odio” nella regione, non vuole farsi trascinare in una guerra voluta da Washington e Israele e rivendica il diritto di tenere aperti canali futuri con il mondo sciita, anche in chiave energetica. È la seconda presa di distanza importante dopo quella del premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha ribadito pubblicamente l’autonomia di Madrid, consapevole anche del peso che lo spagnolo ha su tutta l’America Latina. In questo quadro, che ruolo gioca l’Italia? il governo Meloni appare privo di una linea propria, si limita ad accodarsi alle scelte di Washington e a concentrarsi sul referendum interno sulla giustizia, puntando a una magistratura più dipendente dal potere politico e candidando figure giudicate controverse per blindarle in Parlamento. Il punto centrale del discorso non è solo la critica personale a Giorgia Meloni, ma un’accusa più ampia a una classe dirigente che, invece di costruire un’idea autonoma di interesse nazionale – su guerra, energia, alleanze – preferirebbe usare le emergenze esterne per compattare il consenso interno e al tempo stesso indebolire i contrappesi di legalità e giustizia. guardare a come si muovono altri Paesi europei di lingua latina, che stanno scegliendo di marcare i propri confini politici, e chiedersi se l’Italia possa permettersi ancora a lungo una politica estera “per conto terzi” in una fase in cui le decisioni su guerra e pace avranno conseguenze dirette sulla nostra economia e sulla nostra democrazia.
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Allerta massima per le basi militari USA di Aviano (Friuli Venezia Giulia) e Sigonella (Sicilia), due infrastrutture considerate decisive nella strategia americana nel Mediterraneo.
econdo Diego Fusaro, queste installazioni rappresentano una violazione permanente della sovranità italiana, trasformando il nostro Paese in una “portaerei americana” nel cuore del Mare Nostrum.
Nel contesto della guerra all’Iran, cresce il livello di attenzione su queste basi, che potrebbero essere utilizzate per nuovi bombardamenti a tappeto contro Teheran.
Mentre la Spagna di Sánchez ha rifiutato di mettere le proprie basi al servizio di Washington, l’Italia viene descritta come una colonia obbediente della “civiltà dell’hamburger”, sempre pronta a piegarsi agli interessi statunitensi.
Il messaggio richiama così il tema della sovranità nazionale e del ruolo dell’Italia nelle guerre decise oltreoceano, ponendo una domanda implicita: fino a che punto vogliamo essere piattaforma militare di altri? Altro..
In Italia sono presenti circa 13.000 soldati americani e oltre 120 basi e installazioni USA, da Sigonella ad Aviano, da Niscemi a Napoli, Gaeta, Vicenza e Camp Derby: interi pezzi di territorio in cui la nostra sovranità è di fatto sospesa.
Da Sigonella sono decollati droni spia e aerei da ricognizione la mattina stessa dell’attacco contro l’Iran, senza che l’Italia venisse nemmeno avvisata.
Sul nostro suolo sono dispiegati caccia F16 e bombe nucleari B61-12, mai votate dal Parlamento, mentre il sistema Muos di Niscemi gestisce le comunicazioni satellitari militari USA in tutto il mondo.
In teoria, per usare le basi italiane per bombardare l’Iran servirebbe il consenso di Roma; in pratica, per logistica, rifornimenti, spionaggio e comunicazioni “valgono i trattati” degli anni ’50, come ricordato da Crosetto.
La Spagna ha imposto limiti e ha fatto spostare gli aerei cisterna americani, l’Italia no.
E qui entra in gioco l’altro grande tema: l’oro.
L’Italia è la terza riserva d’oro al mondo con 2.452 tonnellate (circa 407 miliardi di dollari), ma il 43% non è in patria: si trova nei caveau della Federal Reserve a New York e a Fort Knox, sotto controllo americano.
Nel 2022 l’Occidente ha congelato con un click le riserve russe; la domanda è inevitabile: se l’Italia dicesse “no” alle basi USA, quell’oro resterebbe davvero intoccabile?
Intanto ospitiamo bombe atomiche statunitensi, facciamo decollare i loro droni, compriamo il loro gas a prezzi maggiorati, mandiamo i nostri Samp-T nel Golfo, mentre Lockheed Martin vola ai massimi in Borsa e il Pentagono prepara un nuovo budget extra da 50 miliardi.
La guerra è il prodotto, il caos è la materia prima e noi siamo i clienti che pagano: prima di parlare di sovranità nazionale, vale la pena chiedersi chi comanda davvero. Altro..
relatrice speciale per i territori palestinesi.
grandissima notizia. La più attesa. Le Nazioni Unite hanno ufficialmente respinto la richiesta di dimissioni della relatrice speciale per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Una decisione chiara, netta, inequivocabile. E il motivo sotto gli occhi di chiunque conservi ancora un briciolo di onestà intellettuale, perché, scrive nero su bianco l'Alto Commissariato ONU, la richiesta si basa su disinformazione e su informazioni manipolate. Parole pesantissime, parole definitive, ma non è tutto. L'ONU non si è limitata a respingere la richiesta, ha difeso la relatrice dagli attacchi e dal fango provenienti da sei stati, tra cui l'Italia, e ha condannato apertamente l'aumento di attacchi politicamente motivati e maliziosi contro esperti indipendenti per i diritti umani, funzionari delle Nazioni Unite e giudici di tribunali internazionali che cercano di accertare responsabilità. E poi il passaggio più duro, il più importante. Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze estremamente difficili, incluse intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti di governo dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili anche davanti alla Corte Penale Internazionale leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità a Gaza. Una difesa totale su tutta la linea, altro che imbarazzo per le Nazioni Unite. Qui l'unico vero imbarazzo riguarda sei paesi che hanno scelto di attaccare una donna seria, competente, indipendente, una professionista che ha svolto il proprio mandato in condizioni difficilissime, pagando un prezzo personale altissimo. Invece di delegittimarla, dovrebbero ringraziarla per il lavoro svolto, per il coraggio dimostrato, per aver difeso il diritto internazionale e i diritti di un popolo. Questa volta le Nazioni Unite hanno rimesso i puntini sulle I e s, era davvero ora. Altro..
Ora si apre la fase successiva: dalla possibile modifica dei quesiti fino al ricorso alla Consulta, che dovrà valutare l’ammissibilità del referendum. L’obiettivo? Riportare la voce dei cittadini al centro del dibattito sulla giustizia e sul ruolo della magistratura. Nei prossimi giorni si deciderà il calendario, mentre cresce il confronto politico e mediatico su un tema che potrebbe cambiare profondamente l’equilibrio tra poteri dello Stato. Cosa ne pensi? Il referendum può davvero fermare la riforma Nordio?
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Altro..