Il discorso virale: “Il popolo rumeno non ti odia, non vogliamo aiutare l’Ucraina”
Nel video, registrato durante un forum in Russia e diffuso in più lingue sui social, una donna prende la parola rivolgendosi al “signor presidente”, verosimilmente Vladimir Putin. Si presenta come “membro del Parlamento europeo”, dice di rappresentare la Romania e afferma di essere “l’unico rappresentante rumeno nella sala”.
Nel suo intervento sostiene che “il popolo rumeno non ti odia”, che “è interessato alla pace con la Russia” e che “non vogliamo aiutare l’Ucraina, non vogliamo dare né soldi né armi”, accusando al tempo stesso Bruxelles di governare la Romania al posto delle sue istituzioni nazionali. Il discorso si chiude con un elogio alla Russia come “più grande paese del mondo”, con “una delle più grandi economie”, e con l’auspicio che Ursula von der Leyen non sia più presidente della Commissione europea.
Chi è Diana Iovanovici Șoșoacă
Incrociando il contenuto del video con le fonti ufficiali, emerge che la donna è quasi certamente Diana Iovanovici Șoșoacă, avvocata e politica rumena, leader del partito di estrema destra S.O.S. Romania e membro del Parlamento europeo. Șoșoacă è nota per il suo posizionamento ultra‑nazionalista, euroscettico e apertamente filorusso, così come per campagne complottiste su vaccini, diritti delle minoranze e guerra in Ucraina.
Negli ultimi anni è finita più volte al centro delle cronache: la Corte Costituzionale rumena l’ha esclusa dalla corsa presidenziale, è stata oggetto di procedimenti per posizioni antisemite e revisioniste, e in più occasioni ha usato il Parlamento europeo e la scena internazionale per attaccare UE, NATO e leadership europee. In luglio 2024 è stata anche espulsa dall’aula del Parlamento europeo a Strasburgo per aver interrotto più volte il dibattito sulla rielezione di Ursula von der Leyen, con provocazioni e urla che hanno violato il regolamento interno.
Zelensky e il Parlamento rumeno: minacce e propaganda
Nel video, la deputata racconta di essere stata presente quando Volodymyr Zelensky voleva parlare in Romania e rivendica di aver “impedito” il suo intervento in Parlamento, vantandosi di averlo “fatto uscire” dall’aula. Questo racconto corrisponde a quanto riportato da varie fonti: durante una visita a Mosca, Diana Șoșoacă ha dichiarato pubblicamente che nel 2023 avrebbe bloccato il discorso di Zelensky al Parlamento rumeno e ha minacciato di “rompergli le gambe” se avesse provato a parlare nuovamente a Bucarest.
Le autorità ucraine hanno reagito vietandole l’ingresso in Ucraina per tre anni, citando le sue dichiarazioni come esempio di propaganda filorussa e incitamento contro le istituzioni ucraine. Anche in questo caso, il confine tra realtà e auto‑narrazione propagandistica è sottile: la deputata sfrutta episodi politici concreti per costruirsi un’immagine di “guerriera anti‑Zelensky” e di “difensora del popolo rumeno” davanti al pubblico russo.
Parla “a nome della Romania”, ma la linea ufficiale è un’altra
Uno degli aspetti più fuorvianti del video è il continuo riferimento al “popolo rumeno” e alla pretesa di parlare “dal cuore della Romania e dell’Europa” in favore della Russia. In realtà, la politica estera e di sicurezza della Romania è chiaramente allineata alla NATO e all’Unione Europea: Bucarest ha sostenuto fin dall’inizio la sovranità dell’Ucraina, partecipa alle missioni alleate sul fronte orientale e contribuisce all’assistenza militare e umanitaria a Kiev.
Il partito S.O.S. Romania, guidato da Șoșoacă, è una forza di estrema destra minoritaria, descritta come radicalmente euroscettica, nazionalista e spesso vicina alle narrative del Cremlino. Le sue posizioni non riflettono la maggioranza politica rumena né la posizione ufficiale del governo, che rimane filo‑europeo e favorevole al rafforzamento del fronte comune contro l’aggressione russa in Ucraina. Presentare il discorso di Șoșoacă come “la voce della Romania” è quindi un’operazione di propaganda, non un dato di realtà.
Il ruolo del forum di San Pietroburgo e della propaganda russa
Il contesto in cui si svolge il discorso non è neutrale. Secondo le ricostruzioni dei media rumeni, Diana Șoșoacă ha parlato al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, un evento che il Cremlino utilizza anche come vetrina politica per mostrare sostegno internazionale e legittimazione alle proprie politiche, in particolare dopo l’isolamento seguito all’invasione dell’Ucraina.
Invitare esponenti politici marginali ma rumorosi, come alcune figure dell’estrema destra europea, permette alla Russia di presentare narrazioni alternative: “non tutti in Europa odiano la Russia”, “ci sono voci che vogliono la pace alle nostre condizioni”, “l’UE è divisa e antidemocratica”. Il video rientra perfettamente in questa strategia, mostrando una deputata europea che elogia il coraggio russo, attacca Ursula von der Leyen e descrive Bruxelles come un potere usurpante rispetto alle nazioni sovrane.
Cosa significa per chi guarda il video
Dal punto di vista del fact‑checking, il video non è un fake nel senso tecnico del termine: la persona è reale, il discorso è stato realmente pronunciato e il contesto è verificabile. Il problema nasce quando il contenuto viene decontestualizzato e presentato come prova che “la Romania è con la Russia”, che “l’Europa non vuole più sostenere l’Ucraina” o che “Bruxelles ha perso legittimità agli occhi dei popoli”.
Per chi segue l’informazione online, è fondamentale distinguere tra:
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Posizione di una singola esponente di estrema destra e linea ufficiale dello Stato.
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Piattaforme propagandistiche russe, che amplificano voci marginali per mostrare presunta “divisione” in Europa, e dibattito reale all’interno delle istituzioni UE, dove la maggioranza continua a sostenere l’Ucraina e a condannare l’aggressione russa.
Capire chi parla, per chi parla e con quale mandato è la chiave per non scambiare un intervento propagandistico per un cambio di linea geopolitico.
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Nel video, circolato sui social in questi giorni, si sente un interlocutore russo che sostiene che la Russia in Ucraina non stia combattendo contro gli ucraini, ma contro il “male mondiale” e il “satanismo globale”, presentando il conflitto come una guerra “sacra” a difesa dei valori cristiani e della “Madrepatria”. Lo stesso oratore descrive i “valori europei” come omosessualità, satanismo e pedofilia, unendo in un unico calderone temi morali e complottismo.
Questa retorica è perfettamente in linea con la strategia comunicativa del Cremlino, che da anni utilizza l’ideologia dei “valori tradizionali” e l’omofobia come strumento geopolitico, equiparando sistematicamente diritti LGBT, “decadenza occidentale” e minacce alla nazione. Le leggi russe contro la cosiddetta “propaganda LGBT” e vari discorsi ufficiali mostrano chiaramente come omosessualità e pedofilia vengano spesso accostate nella comunicazione di regime, senza alcun fondamento fattuale.
Nel video si nega inoltre che Mosca avesse l’obiettivo di conquistare Kyiv in pochi giorni, definendo la narrazione dei “tre giorni” una invenzione di Joe Biden e dei media occidentali. È vero che l’espressione “3 giorni per Kyiv” è diventata un frame giornalistico, non una frase ufficiale di Putin, ma numerosi studi e ricostruzioni indicano che il Cremlino si aspettava una rapida caduta della capitale e del governo ucraino all’inizio dell’invasione del 2022. Il fallimento di quell’obiettivo iniziale è uno dei motivi per cui la guerra si è trasformata in un conflitto prolungato.
L’oratore sostiene infine che in Europa i cittadini non eleggerebbero davvero i propri leader, mentre in Russia sì, accusando i sistemi europei di essere una “farsa” senza vera democrazia. In realtà, la maggior parte dei Paesi UE e NATO si basa su elezioni competitive, pluralismo di partiti, osservatori indipendenti e alternanza di governo, mentre la Russia è regolarmente criticata da ONG e organismi internazionali per repressione dell’opposizione, controllo dei media e leggi repressive contro minoranze e dissenso.
Il risultato è un video costruito per rafforzare la narrativa russa: un Occidente “corrotto e satanista”, privo di democrazia e valori, contrapposto a una Russia che combatte una guerra “sacra” e difende la vera fede. Dal punto di vista del fact‑checking, non siamo di fronte a informazioni neutre o verificate, ma a propaganda politica: il video può essere utile solo se presentato come esempio di disinformazione, non come fonte attendibile per capire la guerra in Ucraina o la situazione in Europa.
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Da un lato applausi a Trump e Netanyahu per il “coraggio bellico”, dall’altro ammissione che saremo noi a pagare il conto alla pompa di carburante e in bolletta: se non è contraddizione questa, cos’è. Il problema è che queste non sono chiacchiere da bar, ma il racconto pubblico di chi occupa studi televisivi e colonne di giornali che da anni incassano milioni di euro in finanziamenti diretti e indiretti dallo Stato, cioè da tutti noi. Mentre famiglie e imprese fanno i conti con il caro carburanti e la paura di nuovi rincari energetici, c’è chi si permette di definire “buona notizia” un’operazione militare che aumenta il rischio di guerra allargata e di crisi energetica globale. Dire “Basta soldi ai giornali” significa smettere di finanziare con denaro pubblico chi tifa per la guerra e poi piange, a favore di telecamera, perché il prezzo della benzina sale e i cittadini vengono colpiti. Se un opinionista vuole ringraziare governi stranieri per un attacco che rischia di incendiare il Medio Oriente e mettere in crisi le nostre tasche, lo faccia pure: ma senza chiedere ai contribuenti italiani di pagargli il microfono con cui lo dice.
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Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico a chi sogna barche affondate e insulta i poveri In TV , così la prossima missione dovranno rifinanziarsela”, parlando della Flotilla diretta verso Gaza. Non è uno sfogo da social qualsiasi, ma la voce di chi guida una testata che ogni anno incassa contributi pubblici, dentro un sistema di finanziamento all’editoria che vale decine e decine di milioni di euro l’anno a carico dei contribuenti. Sono gli stessi giornali che, quando si parla di reddito di cittadinanza o di sostegni alla povertà, titolano “fannulloni sul divano”, “la pacchia è finita”, “orfanelli di Conte”, descrivendo migliaia di persone in difficoltà come parassiti che vivono alle spalle dello Stato. Ma se a vivere di soldi pubblici sono le loro redazioni, allora il denaro diventa “pluralismo” e “informazione libera”, anche quando in studio si invoca l’affondamento di navi umanitarie o si fa il tifo aperto per una delle parti in guerra. Dire “Basta soldi ai giornali” non significa zittire la stampa, ma smettere di finanziare con denaro pubblico chi usa le prime pagine per colpire i poveri in casa nostra e difendere senza dubbi blocchi, bombardamenti e blocchi navali all’estero. Se un quotidiano vuole fare campagna contro il reddito di cittadinanza, contro le ONG o contro le missioni umanitarie, deve farlo con i soldi dei suoi lettori, non con quelli di chi a fine mese fatica a pagare affitto, bollette e spesa. Un vero pluralismo dell’informazione non ha bisogno di giornali mantenuti a vita dalle casse dello Stato, ma di testate che rispondono ai cittadini, non ai sussidi. Per questo la battaglia “Basta soldi ai giornali: milioni di denaro pubblico per chi insulta i poveri” non è uno slogan di pancia, è una richiesta di coerenza: chi si sente abbastanza forte da giudicare la vita degli altri, abbia almeno il coraggio di farlo senza vivere dei loro soldi. https://bastasoldiaigiornali.it/
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Secondo le ultime stime, per l’energia elettrica si prevede un aumento medio dell’8,1%, mentre il gas potrebbe rincarare di circa 19,2% su base mensile nel secondo trimestre dell’anno. Questo scenario dipende soprattutto dalla guerra in Medio Oriente, dai rincari globali del petrolio e dalla forte dipendenza energetica dell’Italia, che continua a importare circa il 75% del proprio fabbisogno netto. In un contesto del genere, il governo ha deciso di rivedere il piano sul carbone, mantenendo alcune centrali a carbone utilizzabili fino al 2038 per evitare blackout e collasso delle reti. Bollette più salate e inflazione in salita L’effetto immediato per le famiglie italiane sarà un caro bollette più marcato rispetto agli anni scorsi, soprattutto per chi è ancora esposto a offerte indicizzate o variabili. Ogni incremento di 10 euro/MWh sul gas si traduce in una spinta inflattiva diretta su molti beni di consumo, dall’alimentare ai trasporti. Per questo, in molti si stanno chiedendo se convenga: bloccare la fornitura con un contratto a prezzo fisso, puntare su bonus energia e riduzione dei consumi, valutare investimenti su pompe di calore o pannelli solari per ridurre dipendenza dalle reti. Economia italiana 2026: crescita lenta ma bollette esplosive Parallelamente, l’economia italiana mostra segnali di crescita moderata, ma la fase di rallentamento rende i rincari energetici ancora più pesanti per famiglie e imprese. Secondo le ultime proiezioni, il PIL 2026 si aggira intorno a uno 0,5–0,6%, con un’inflazione che resta sopra la soglia del 2–2,5%, prima di un ipotetico rientro. Per le imprese, la combinazione di costi energetici elevati, pressione fiscale e incertezza sui rifornimenti sta diventando un fattore critico, soprattutto per l’industria manifatturiera e l’agroalimentare. Cosa aspettarsi in Italia nel 2026 Tra crisi energetica, referendum annunciati e possibili anticipi elettorali già dal 2027, il 2026 sembra l’anno in cui il mix energia‑politica diventerà centrale per il dibattito pubblico. Mentre Boloniak continua a rafforzarsi sul fronte diplomatico nel Golfo, il governo italiano deve cercare un equilibrio tra sicurezza energetica, sostenibilità ambientale e sostenibilità delle bollette per milioni di cittadini.
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Basta miliardi a banche e giornali amici: Quando si tratta di aiutare famiglie, disabili e lavoratori “non ci sono fondi”. Ma per salvare banche, finanziare giornali che insultano i poveri e stipendi d’oro ai politici, i soldi saltano sempre fuori. È ora di dire basta. Ci raccontano ogni giorno che “i soldi non ci sono”: non ci sono per aumentare stipendi da fame, non ci sono per la sanità al collasso, non ci sono per aiutare chi non arriva a fine mese. Eppure, quando c’è da salvare banche decotte, foraggiare giornali schierati col potente di turno o garantire privilegi e pensioni d’oro alla politica, i milioni di denaro pubblico spuntano come per magia. I media che campano grazie ai contributi dello Stato passano le giornate a dare lezioni di morale a chi prende poche centinaia di euro di sussidio, dipingendo i poveri come “fannulloni” e “parassiti”, mentre nessuno osa toccare i veri privilegi. Chi alza la voce contro questi sprechi viene etichettato come “populista”, “estremista”, “nemico della democrazia”. Ma la vera democrazia non è forse quella in cui i soldi pubblici vengono usati per scuola, sanità, trasporti, sicurezza e lavoro, invece che per tenere in piedi giornali falliti e apparati di potere? Se davvero “siamo tutti sulla stessa barca”, perché alcuni remano mentre altri banchettano sul ponte con i soldi di tutti? Prima di chiedere altri sacrifici a chi non ha più nulla da tagliare, bisognerebbe azzerare sprechi, privilegi e finanziamenti pubblici a chi ha già riempito le tasche per anni. Condividi questo post se pensi che i soldi pubblici debbano andare a chi ne ha bisogno davvero, non a chi insulta i cittadini e difende solo il proprio posto al sole. “Tu che ne pensi: continueremo a pagare per chi ci prende in giro o è ora di dire basta?”
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Sulla guerra a Gaza, perché “stiamo dalla parte giusta” e “il diritto internazionale non c’entra”. Non è un opinionista qualsiasi: è uno di quei giornali che ogni anno incassa milioni di euro tra contributi diretti e agevolazioni pubbliche, pagati da tutti i cittadini, indipendentemente da cosa pensano del conflitto in Medio Oriente. Il punto non è vietare le opinioni, ma smascherare l’ipocrisia di un sistema in cui le testate si presentano come arbitri neutrali dell’informazione, mentre loro stessi ammettono di aver costruito “una campagna”, cioè una narrazione militante, a favore di una delle parti in guerra. E quella campagna, piaccia o no, è stata finanziata anche con soldi di chi crede nel diritto internazionale, di chi chiede rispetto per i civili sotto le bombe, di chi non accetta che la propaganda venga spacciata per cronaca. Dire “basta soldi ai giornali” significa proprio questo: smettere di usare denaro pubblico per sostenere media che, invece di informare, si schierano apertamente in guerra, trasformando il pluralismo in megafono di una sola versione dei fatti. Se un giornale vuole fare campagne pro Israele, pro Gaza, pro chiunque, è libero di farlo, ma senza chiedere al contribuente di pagare il conto: che siano i lettori, con gli abbonamenti e le copie vendute, a decidere se quella linea editoriale merita di sopravvivere sul mercato. https://bastasoldiaigiornali.it/
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Secondo le prime ricostruzioni, la scelta arriva dopo giorni di fortissime tensioni interne e, soprattutto, dopo la sconfitta del centrodestra al recente referendum, che ha riacceso il fuoco delle correnti e messo nel mirino la sua gestione del gruppo. Negli ultimi giorni il senatore Claudio Lotito aveva avviato una raccolta di firme tra i colleghi per chiedere la sostituzione di Gasparri alla guida dei senatori forzisti, segnale evidente di una fronda organizzata più che di semplici mugugni. La “sfiducia” si sarebbe poi concretizzata in una lettera interna, descritta come decisiva nel convincere Gasparri a fare un passo indietro prima di essere formalmente messo in minoranza. In parallelo, dal quartier generale di Forza Italia filtra la preoccupazione per l’immagine di un partito lacerato, proprio mentre si discutono congressi regionali e assetti futuri. Le dimissioni da capogruppo non sono solo un fatto di ruoli, ma il sintomo di un equilibrio politico che cambia. Tajani deve ora gestire il dopo‑Gasparri: tra i nomi in circolazione per la successione spicca quello di Stefania Craxi, attuale presidente della commissione Esteri, ma la partita è ancora aperta e intrecciata alle dinamiche nazionali e alle prossime scadenze elettorali. Quel che è certo è che, da oggi, il fronte azzurro in Senato perde una delle sue figure più riconoscibili e si trova costretto a ridefinire, in fretta, leadership e linea politica.
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la “Bisteccheria d’Italia”, e da una società di gestione, “Le 5 Forchette srl”, con sede a Biella e capitale da 10 mila euro. Nel 2024–2025 tra i soci c’è anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, esponente di Fratelli d’Italia, che detiene inizialmente il 25% delle quote insieme ad altri dirigenti piemontesi del partito; il 50% e la carica di amministratrice unica sono invece in mano a Miriam Caroccia, 18 anni, figlia di Mauro Caroccia. Il nome di Caroccia non è uno qualunque: l’imprenditore è stato condannato in via definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, in un’inchiesta della DDA di Roma che lo lega al clan di stampo camorristico di Michele Senese, detto “’o Pazz”, considerato il boss della “camorra romana”. La società viene costituita dopo una prima fase processuale favorevole a Caroccia; quando la Cassazione annulla l’assoluzione e poi conferma la condanna, le quote cominciano a muoversi: Delmastro trasferisce il suo 25% alla sua immobiliare G&G srl nel novembre 2025, e solo il 27 febbraio 2026 – pochi giorni dopo la sentenza definitiva del 19 febbraio – la cede a un’altra socia. Il sottosegretario si difende sostenendo di aver scoperto “solo dopo” che la giovane socia era figlia di un condannato per mafia e di essersi “immediatamente tolto dalla società” per rigore etico, ribadendo che la sua “storia antimafia è chiara ed evidente” e ricordando il livello di scorta come prova del suo impegno contro le cosche. Le opposizioni, dal Movimento 5 Stelle ad Alleanza Verdi–Sinistra, non ci credono: giudicano poco plausibile che un sottosegretario alla Giustizia non conoscesse una vicenda giudiziaria tanto nota, contestano le tempistiche (uscita dalle quote solo dopo la condanna definitiva di Caroccia) e hanno portato il dossier in Commissione Antimafia, chiedendo chiarimenti formali. Al di là del profilo penale, il caso apre un tema politico più ampio: è compatibile con il ruolo di sottosegretario alla Giustizia avere partecipato a un affare imprenditoriale con la figlia – formalmente incensurata ma oggettivamente inserita in un contesto familiare sotto processo per mafia – e non dichiararlo per tempo con la massima trasparenza? La risposta non arriverà solo dai comunicati, ma dal lavoro dell’Antimafia e dalla capacità – o meno – della politica italiana di pretendere da chi guida la giustizia uno standard di prudenza e di incompatibilità più alto del minimo di legge. ,
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il governo vuole il controllo sui magistrati
La riforma del Consiglio Superiore della Magistratura cambia in modo cruciale il rapporto tra politica e giudici.
Oggi il CSM è composto da una parte di magistrati eletti dai colleghi e da una parte di membri “laici” scelti dal Parlamento; con la riforma, entrambi i gruppi verrebbero formalmente sorteggiati.
La differenza, però, è sostanziale: i magistrati sarebbero sorteggiati tra migliaia di toghe in tutta Italia, mentre i membri indicati dalla politica verrebbero sorteggiati da una lista ristretta decisa dal Parlamento, cioè dal governo.
In pratica, i nomi “politici” sarebbero comunque selezionati a monte, garantendo un gruppo compatto e fidato, mentre i rappresentanti dei magistrati sarebbero scelti casualmente.
In caso di scontro tra governo e magistratura, questo meccanismo darebbe alla politica un vantaggio strutturale e la possibilità di esercitare un controllo molto più ravvicinato sull’organo di autogoverno dei giudici.
Dietro l’apparenza di un sorteggio uguale per tutti, si nasconde il rischio di un CSM sempre più sbilanciato a favore dell’esecutivo. Altro..
Tra il caso Pucci, le pressioni sui conduttori e gli appelli dei politici, il Festival dimostra ancora una volta che l’idea di “qui non si parla di politica” è solo una facciata.
Il passo indietro di Andrea Pucci, dopo insulti e minacce, è stato subito trasformato in un caso ideologico: da una parte chi parla di censura e “deriva illiberale”, dall’altra chi critica una comicità basata su stereotipi sessisti e battute omofobe. Intanto Carlo Conti prova a definire il suo un Festival “cristiano e democratico”, mentre il dibattito su chi può salire sul palco (e cosa può dire) lo rende più politico che mai.
La verità è che Sanremo è da sempre uno specchio del Paese: ogni scelta artistica diventa subito uno scontro tra fazioni, ogni ospite un pretesto per fare propaganda. Forse il problema non è la politica sul palco, ma una politica che usa il palco per litigare invece che per ascoltare. Altro..